CYBERPUNK

Negli anni 80, l’uomo dopo essersi battuto attivamente per i propri diritti ed aver posseduto una nota ottimista verso il futuro, vede un affievolimento di questi buoni propositi e non avendo più un modello di riferimento si sente perso nell’oceano del mondo, come affogato da una grande onda che lo porta alla deriva, ormai privo di qualsiasi valore. Si ritorna così alla tradizione, all’arte pittorica delle avanguardie, con rappresentazioni caratterizzate da un senso di naufragio. Nonostante ciò continua ad essere presente un prolungamento delle neo-avanguardie, una corrente di dissenso nei confronti del sistema, chiamata Cyberpunk, termine che deriva da un romanzo fantascientifico di Bruce Brethke, ma  l’idea di questo movimento formale si deve principalmente a Bruce Sterling.

Il Cyberpunk nasce da una sensibilità comune ad alcuni autori, una forma di letteratura che illustra scenari immaginari di un “post-mondo”, in cui l’uomo sopravvissuto ad una grande catastrofe (in questo caso si fa riferimento alle vicende storico-politiche di tutto il 900) si vede costretto a vivere tra le macerie e il degrado lasciato, ma che allo stesso tempo guarda al futuro. In sintesi le azioni cyberpunk sono centrate sull’utilizzo delle le nuove tecnologie, come un mezzo artistico-comunicativo che vuole esprimere ribellione e dissenso nei confronti dell’inizio dell’Era Digitale, in cui un istinto primordiale anarchico si mischia alla tecnologia. Il corpo umano inconsciamente si unisce fisicamente alle macchine diventando una sorta automa cibernetico: ad esempio, basti pensare ad una persona che sta di fronte ad un computer e alla sua mano che coincide con il mouse. I cyberpunk possono essere paragonati agli Hippie degli anni 60, con la differenza che mentre loro scendevano in piazza a proclamare i diritti di ogni individuo attraverso la pace e l’amore, i Cyberpunk “scendono” nell’agorà virtuale, trasferendo il luogo delle manifestazioni dalle piazze al computer (ovvero uno schermo), instaurando delle discussioni nei così detti forum (aperti a qualsiasi persona volesse partecipare). Grazie all’invenzione di internet gli utenti si sentivano liberi di esprimersi e riaffermare la propria identità, interpretando un personaggio come se si trattasse di un mondo reale.

Una delle prime azioni, più politiche che estetiche, fu del gruppo Chaos Computer Club di Amburgo fondato nel 1984, in cui sabotarono, da veri hacker, il progetto Telebox delle Poste tedesche, impadronendosi delle passwords del servizio, dimostrando che erano totalmente inaffidabili e mandando all’aria un progetto in cui lo stato aveva investito una forte somma di denaro. Il gesto compiuto dai CCC, da ritenersi una sorta di terrorismo elettronico, non può essere considerato una forma d’arte, ma nasconde un messaggio concettualmente di forte impatto che tutt’ora andrebbe preso in considerazione, ovvero che la tecnologia ci sta divorando e che attraverso questo mezzo l’uomo è in grado di controllare ormai qualsiasi cosa.

Artisticamente parlando di questa sensibilità dei Cyberpunk vanno citati i gruppi del “teatro di strada” che, seppur si staccarono dai computer, perseguivano l’idea dell’oppressione della tecnologia sull’uomo, attraverso delle performance o alla costruzione di sculture mostruose simili a dei robot. Con l’avvento della tecnologia il mondo si sentiva aggredito da essa, quasi impossessato, per questo motivo ormai si percepiva il proprio corpo come un tutt’uno con la tecnologia, come se il computer e il mouse fossero delle protesi e allungamenti degli organi umani. Le performance che si svolgevano infatti venivano portate all’esasperazione usando oggetti che si attaccassero al corpo o che comunque interagissero con esso, come a dire che il cambiamento non era solo a livello sociale e culturale, ma l’influenza della tecnologia sulla vita quotidiana era tale che condizionava anche la fisicità delle persone diventandone parte integrante, prendendone possesso.

Un esempio è La Fura dels Baus, una compagnia teatrale spagnola errante che opera tuttora con performance multimediali, sempre con la presenza di macchine-autobus trasformati in mostri cibernetici. I loro spettacoli erano delle vere esplosioni di impulsi di rabbia e dissenso, e solo chi era duro di fegato era in grado di partecipare. A soli 18 anni questi cinque ragazzi fondano questa compagnia, riuscendo ad esternare attraverso le loro azioni il bisogno di ritornare ad una primitività in cui l’uomo voleva essere libero di esprimersi, ma che allo stesso tempo era incatenato ad oggetti cibernetici. La loro teatralità quindi era anarchica, ma contemporaneamente condizionata da questa tecnologia che incombeva.

“Abbiamo dei tamburi grandi di pelle di vacca che è molto difficile sostituire perché sono della “banda di Calanda”. Una tradizione spagnola molto antica del luogo dove era nato Louis Bunuel, in Aragona, dove durante la settimana santa, il venerdì, tutte le famiglie … suonano tutto il giorno e tutta la notte. Questi tamburi hanno un suono molto basso … Noi usiamo due di questi grandi tamburi percossi da una macchina. Questo perché noi della Fura tentiamo di unire ciò che è più primitivo, il rituale, il sangue, mangiare la carne cruda, con l’idea cibernetica.” ( Decoder n 5, Milano 1990.)

Non bisogna aver paura di forme d’arte diverse da quelle a cui generalmente pensiamo. Ormai ci stiamo abituando all’idea di un cesso dentro un museo, ma generalmente l’arte è un’espressione di un pensiero e a volte, come in questo caso, questo pensiero può uscire anche dalle viscere ed essere inquietante. Chi mai si è ritrovato in un periodo buio della propria vita precipitando dentro un buco nero e vedendo solo immagini terrificanti e paurose come in un incubo? La Fura dels Baus non fa altro che riportare alla luce questi pensieri in azioni concrete che finché rimangono intrappolate nella nostra mente sono protette, ma nel momento in cui si esternano magari fanno più paura. E’ sempre meglio far uscire fuori qualcosa dal proprio corpo che tenerselo dentro, meglio partorire e liberarsi di qualcosa di orribile esternandolo con tutta la sua atrocità. Ormai l’arte se deve essere espressione non può essere solo bellezza, dato che nell’indole umana il pensiero bello non è mai uno dei primi pensieri, anzi è solo un frammento effimero della nostra vita. La nostra mente viaggia nella maggior parte del tempo tra pensieri tristi e pessimisti, fatti di ansie e timori. Di conseguenza se l’arte deve essere verità e che verità sia, liberiamoci di questi pesi che ci assalgono e ci comprimono il cervello. Le azioni della Fura dels Baus sono liberazioni aberranti del lato negativo della nostra psiche e rappresentano perfettamente quello stato di degrado e inquietudine che caratterizzava gli anni 80. La storia e la società hanno sempre influenzato l’arte, quindi di conseguenza dopo le due guerre mondiali e gli scontri tra USA e Urss, era necessario trovare uno sfogo per liberarsi di tutti i traumi subiti fino ad allora, e sottolineare la sensazione di intrappolamento dell’Era Digitale.

https://www.youtube.com/watch?v=ByYICOtQ8pY

MARGHERITA PASCALI

.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Annunci

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Marco ha detto:

    Sono molto positivamente colpito dal vedere citata la rivista Decoder da qualcuno della vostra generazione. In parallelo a questo numero della rivista, grazie alle frequentazioni controculturali del Cyberpunk di quegli anni ho elaborato il mio personale manifesto culturale che ho chiamato la “Cultura dello Flash”, che ben si ricollega allo spirito ed alle finalità di questo vostro blog De Contemporaneo, non resisto alla tentazione di riportarlo qui di seguito, non me ne vogliate. Se lo giudicate inopportuno non abbiate remore a cancellare questo mio commento.

    Siete veramente una forza, eclettici e diversificati negli argomenti proposti. Bravissimi!

    LA CULTURA DELLO SLASH

    La cultura dello slash si propone come cultura dialettica, cultura dell’unione e della contrapposizione, in cui si privilegia il confronto e l’integrazione delle diversità.
    Simbolo di questa impostazione è lo slash : “/”.
    Termine di provenienza inglese, con il significato letterario di taglio obliquo in accordo con il bel suono onomatopeico, in italiano scade in un ridicolo barretta che mi rifiuto di usare.
    Lo slash è già presente sulla vecchia macchina da scrivere Olivetti Lettera 22 che mi ha lasciato mio nonno, ma la sua fortuna è molto più recente. Inizialmente confinato all’interno di stili letterari di tipo giuridico-commerciale, posto tra la congiuntiva “e” e la disgiuntiva “o”, a formare l’estetico “e/o”, si è successivamente diffuso nell’informatica insieme al suo alter ego il backslash, “”, assente sull’Olivetti di mio nonno. In questo nuovo contesto è usato principalmente ad intercalare le diverse voci che compongono i nomi dei luoghi dove, nei computer, si memorizzano i documenti, tecnicamente “pathname”, ad esempio: HardDisk/Articoli/questo articolo.
    La cultura dello slash significa unione e contrapposizione tra avventura nel moderno (Tecnologia) e rivolu- zione sociale (Innovazione), cioè Tecnologia e/o Innovazione; l’amletica scelta tra congiuntiva e disgiuntiva non può che ricadere sullo slash in modo che il tutto diventa Tecnologia/Innovazione.
    Nella visione più ampia il simbolo dello slash assurge, liberandosi dell’essere semplice acronimo del buro- cratico e/o, al ruolo di ponte dialettico tra cultura artistico-umanistica e scientifico-tecnologica.
    La cultura dello slash diviene il luogo deputato all’incontro e vicendevole contaminazione di luoghi e culture differenti, per la costituzione di una comunità sociale che fornisca ad ognuno la possibilità di ricostruire il senso della propria identità con un reiterato utilizzo dello slash.
    Quello che voglio riaffermare è che la dialettica dello slash ci permette di confrontarci con tante altre realtà, evitandoci di aggirarle ed ignorarle.
    All’interno della cultura dello slash è incluso l’accorato appello del Fare Informazione che, al di là del significato in esso racchiuso, esprime una energia, una volontà di comunicazione che oggi sento essere merce rara.
    Fare Informazione è un dictat che ben si sposa con la mia convinzione che fare Cultura significa esportare agli altri, facendo didattica, i temi che ci avvincono, arricchendoli delle nostre elucubrazioni.
    Questa attività di trasferimento, che oggi è usueto chiamare know-how transfer, rappresenta l’unico valore sociale intrinseco al concetto stesso di Cultura.
    Solo questa valenza, solo lo scambio, ovviamente interattivo, può conferire dignità agli interessi di un individuo, qualunque essi siano.
    Per questo detesto gli intellettuali arroccati dietro le loro fortificazioni linguistiche, dietro i loro vocabolari impossibili, all’interno di elitari circoli di comunicazione.
    Per questo trovo ridicoli i superspecialisti, così profondi nel loro importantissimo e limitatissimo campo, così ghettizzati dal loro sapere, così incapaci di percepire il benché minimo legame associativo con un qualcosa di a loro ignoto.
    Per questo non amo i geni isolati, accartocciati su se stessi nella loro incapacità di comunicare; i cerebro- lesi, pur capaci di mirabili costruzioni di pensiero, ma privi di quegli strumenti, innanzitutto umani e carat- teriali, che gli permettano di condividere, facendosi capire, la loro creatività intellettuale.
    Le torri di avorio, isolate ed inaccessibili, del sapere non servono, tutto quello che ho studiato e di cui mi sono interessato, tutta la mia passione per il Moderno, è stato incessantemente trasferito a coloro che mi erano intorno, sia che fossi in una aula, indifferentemente dall’una o dall’altra parte di una cattedra, che in mezzo ad amici.
    Sono convinto che tutto si possa trasferire e che si possa far capire qualunque concetto, a qualsiasi livello di astrazione, ovviamente questo richiede un serio impegno, sia da parte del docente che del discente, ho dei luminosi esempi di entrambi questi impegni.
    Questa volontà di trasferimento non basta da sola ad assicurare l’export. Bisogna porre l’accento sulla comunicazione che veicola il trasferimento.
    Questa necessità comunicativa ci impone di costruirci i necessari mezzi per attuarla, i diversi linguaggi, bisogna allora saper scrivere, ma soprattutto parlare chiaramente in consessi pubblici, rifuggendo quella inutile prosopopea culturale che dietro una prosa aulica fugge il significato.
    La libertà di comunicare è indissolubilmente legata alla nostra originalità di pensiero, finché daremo un valore aggiunto al pensiero di altri non potrà esistere copyright a limitarci o sospetto di plagio a svilirci.
    Della cultura dello slash infine apprezzo l’incontenibile entusiasmo necessario per essere protagonisti partecipi; è solo con un entusiasmo simile che si può provare quell’emozione di pensare che è un tutt’uno con il comunicare.
    Pensare significa infatti interagire con gli altri per appropriarsi e fare propri altri pensieri, tutto il resto è vuota masturbazione mentale.
    Coerente in questo senso l’invito implicito nella descrizione di qualsiasi idea o documento testuale, audio o video, in luogo della solita avvertenza inerente la non riproducibilità, per tramite di ogni mezzo, dei loro contenuti, si dovrebbe leggere:
    “La trasmissione, riproduzione, utilizzo di qualsiasi immagine o scritto è altamente consigliata a tutti coloro che si sentono affini alle tesi sostenute”.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...