La Collezione Privata Maramotti: Un esempio da seguire .

La collezione Maramotti, di cui abbiamo affrontato la parte storica e l’allestimento in un altro articolo (https://decontemporaneoblog.wordpress.com/2017/03/24/la-collezione-maramotti/), pur rimanendo una collezione privata, può essere considerata un valido esempio di gestione ottimale di “museo pubblico” legato al panorama artistico contemporaneo. Attraverso le scelte di chi la gestisce e la politica del luogo legata alla comunicazione e al rapporto diretto con il fruitore , diventa una scia luminosa che fa strada a tutte le altre realtà museali, una sorta di punto di riferimento ammirato sia dagli addetti ai lavori che dai visitatori.

La policy  della Collezione  Maramotti si basa su poche importanti scelte riguardanti l’organizzazione e la gestione luogo e della collezione in esso  contenuta.

Prima fra tutte, la volontà di riflettere sulla concezione di fruizione dell’arte museo e sull’importanza del tempo personale dello sguardo. Sempre di più le realtà museali contemporanee gravitano su ciò che in gergo si  definisce  “sbigliettamento”: un fenomeno che prevede come scopo principale la vendita del biglietto e il tornaconto economico da parte dell’istituzione sulle  mostre allestite, questo fenomeno ha contribuito a creare l’dea di un museo in cui le persone sono consumatori. Il visitatore quindi non è più colui che entra in un museo per soddisfare un bisogno personale e culturale, ma è colui che in quel momento sta contribuendo al guadagno complessivo dell’operazione culturale che diventa business economico. A questa logica si contrappone quella in cui un museo, una collezione sono luoghi di pensiero, di emozione in cui il tempo è una dimensione personale e esperienziale. La Collezione Maramotti ricerca questo. Il visitatore, pur guidato  lievemente nella storia della Collezione, sceglie i suoi tempi di  sguardo  nelle opere  con poche persone  che viaggiano insieme a lui/lei. Ha la possibilità di sedersi, riposarsi, tornare indietro, in parole povere ha bisogno di soddisfare il proprio bisogno personale nel tempo da Lui stabilito in cui riflettersi  nell’arte.

Per chiarire meglio questo concetto basta ragionare sull’ importanza delle sedute all’interno degli spazi museali. Sempre più spesso negli spazi espositivi contemporanei le sedute vengono tolte, negando la possibilità al fruitore la possibilità di prendersi il suo tempo. La Collezione al contrario esalta l’importanza e la necessità di far riposare il fruitore, ponendo le sedute esattamente di fronte alle opere, in modo tale da ricreare quasi una situazione intima tra visitatore e opera, “congelando” lo scorrere del tempo all’interno della struttura.

Questa e tante altre sono le scelte che fanno la differenza tra le varie realtà legate all’arte del contemporaneo. Ragionare non solo sul rispetto di chi entra nel luogo, ma soprattutto ragionare anche sull’importanza di chi in quel luogo vede esposte le sue opere.

Ancora una volta la Collezione privata Maramotti ha attuato una politica estremamente competente e interessante, ragionando sul ruolo centrale dell’artista  e delle sue opere all’interno del museo.

Nel contesto medio contemporaneo la figura del curatore diventa sempre di più paragonabile a quella del “datore di lavoro” dell’artista mettendo al centro  la sua identità, ma ciò che fa la Maramotti, anche su commissione,  è esaltare la centralità dell’artista e mettere la pratica curatoriale a totale servizio  del progetto , senza bisogno  di protagonismi. Questo dialogo è estremamente importante. È un rarissimo caso in cui l’artista ha potere decisionale su come verrà fruita l’opera, e chi meglio di lui lo può  proporre? La figura curatoriale all’interno  della Collezione, svolta dal direttore, è paragonabile alla figura del sostegno  organizzativo e a colui che  aiuta nella visione  che il pubblico  può avere del progetto, a servizio  dell’artista.

Inoltre un’altra scelta coerente  e molto interessante è la politica adottata sulla predilezione di una comunicazione diretta tra persone:  nessuna audio-guida o comunicazione standardizzata: operatore culturale  e fruitore parlano, scambiano idee e opinioni , entrano in un rapporto  empatico. Tutto ciò fa  leva sulla necessità primaria dell’uomo di relazionarsi su una esperienza  non solo  teorica  ma anche esperienziale  in cui le informazioni e gli  scambi avvengono in modo personalizzato a seconda delle richieste e delle necessità del fruitore. Questa modalità  di affrontare la visita e la scoperta artistica possono  essere lette in linea con un obiettivo  di  rispetto del fruitore che si troverà ad ascoltare delle informazioni ” tagliate su misura” per lui e per i suoi interessi e la sua sensibilità.

Naturalmente il discorso economico non può essere trascurato o del tutto eliminato, bisogna ragionare su come e con che modalità aumentare il profitto del museo. Credo che il metodo migliore per incrementare i guadagni sia quello di innalzare la qualità del servizio offerto, ragionando sull’ idea che un visitatore che è coinvolto in una bella esperienza sicuramente tornerà nel luogo in cui si è sentito rispettato e accolto. La qualità del servizio offerto è la chiave per crearsi una cerchia sempre più ampia di visitatori che non vedono più il museo come contenitore di opere in cui consumare velocemente , ma un luogo in cui qualcuno si prende cura di loro e in cui tornare per mettersi di nuovo in gioco.

Grazie a queste scelte e grazie alla visone estremamente competente e impegnativa la Collezione Maramotti può essere considerata un esempio da seguire, un punto di riferimento per tutte quelle realtà che ragionano sul museo in maniera “differente” e spesso snaturando la funzione e l’approccio a un luogo  che dovrebbe offrire  opportunità di  crescita culturali.

Nicolò Savi

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