Il fenomeno del Graffitismo o Graffiti Writing

Dalla cultura underground degli anni ‘70 emerge un tessuto sociale giovanile che, al di là della politica, riesce comunque a trovare i propri spazi per continuare ad esprimere le proprie necessità di comunicazione e di creatività. Nascono i cosiddetti Clubs, soprattutto a New York, un esempio è Black Door in Up-town, nell’ambito della cultura musicale nera, dove si sviluppò l’ hip hop, il rap, la break dance, e dove in particolare si svilupparono diverse forme di creatività.

Facendo un passo indietro è necessario osservare che lo sviluppo economico degli anni ‘60 e ‘70, la cosiddetta golden age , naturalmente non ha riguardato soltanto l’Europa, ma ha investito l’America in primo luogo, e questo ha determinato la crescita demografica delle grandi metropoli. Fenomeno dovuto sia a causa e grazie alla sofisticata meccanizzazione dell’agricoltura (e quindi allo spopolamento delle campagne), sia per i grandi esodi migratori dovuti alla decolonizzazione. Ovviamente le grandi metropoli americane rappresentavano a livello internazionale una meta ambita. Si è trattato, però, di una crescita caotica, e caoticamente sono cresciuti dei sobborghi a perdita d’occhio intorno alle city delle grandi città. Un esempio per tutte le metropoli fu New York, dove si aggiunsero dei territori che decuplicarono l’estensione della città con enormi dipartimenti, tra cui alcuni degradati al di là di ogni immaginazione come il Bronx.

Il degrado naturalmente creò violenza e criminalità e non ci fu un intervento adeguato da parte delle istituzioni. Del resto era l’assenza delle istituzioni che aveva portato al degrado. Dunque le zone periferiche restarono in balia di se stesse, ed è difficile dire se le diverse gang proliferarono più per fomentare la criminalità che per proteggersi da essa. Anzi se si ascoltano i protagonisti di allora, come ad esempio Charlie Ahearn, ciò che comunemente la gente estranea al fenomeno chiamava gang in realtà nel gergo erano definite  crew e volevano rappresentare dei gruppi con un vero e proprio originale stile, soprattutto per quanto riguarda il fenomeno che stiamo descrivendo.  Probabilmente la verità sta nel mezzo, ovvero c’è stato un certo percorso che partendo dal degrado ha poi creato la crescita di  una coscienza e di una scelta che per molti è stata quella di contrastarlo attraverso la creatività. All’inizio, tuttavia  la realtà determinò che in qualche modo all’interno dei grandi  sobborghi si delimitarono alcuni territori e quartieri a seconda dell’etnia maggioritaria che vi abitava, e ciascuna dettava legge sul proprio territorio. Nel South Bronx vi fu un’organizzazione nera molto attiva: il  Bronx River Project che si prodigava per un progetto di innalzamento della qualità di vita nel proprio quartiere, ma ad essa erano legate anche diverse  vere e proprie gang. Di questa organizzazione facevano parte i genitori di Kevin Donovan, che ben presto si rivelò come una figura importante per tutto il quartiere. Fondò nel 1973  la   Universal Zulu Nation, un’associazione il cui scopo era creare comunità che vivessero in pace, nel rispetto delle diverse religioni e degli individui, e che potessero creare capacità di buone relazioni attraverso il divertimento: feste di strada, ovvero block  party, musica, danza e arte. Lui stesso divenne un famoso rapper con il nome di Afrika Bambaataa, offrendo l’esempio di uscire fuori dall’anonimato attraverso la creatività, creando quindi un proprio stile grazie alla propria arte. Un’arte alla propria portata, un’arte di strada, un’arte alla portata di tutti. L’Hip Hop nacque così, attraverso le cosiddette feste di strada, che comprendevano un tipo di competizione tra diverse bande, o meglio crews,  attraverso la musica, il canto e il ballo. Una competizione di creatività, esente da motivi economici e al di fuori del circuito artistico istituzionale, più che altro mossa da obbiettivi sociali di immediato innalzamento della qualità di vita nei quartieri degradati.

I due capostipiti furono Kool Herc e Afrika Bambaataa. Presto divenne uno stile e un modo di vivere la città che si diffuse tra i giovani in tutto il mondo. Il writing accompagnò questo tipo di competizioni, e divenne una traccia riconoscibile tra le diverse gang o crew e anche tra i diversi individui, che attraverso il writing  lasciavano il segno di una propria cifra stilistica, una propria firma o tag sull’immenso territorio urbano.

Il Graffitismo a mio avviso può essere infatti definito sia come un fenomeno sociale che come un fenomeno artistico. E’ difficile porre uno spartiacque tra l’uno e l’altro. Anzi è una risultante dell’evoluzione di quel processo di “ridimensionamento dei valori” di cui si è parlato per le società degli anni ‘70 e per le Neo-avanguardie. L’arte e il concetto del bello, si sono trasformati e oggi più di ieri diventano difficilmente separabili da un valore o da un fenomeno sociale, nel quale nel bene o nel male ne risultano definitivamente “contaminati”,  in un contesto allargato e di massa.

La creatività fa parte dell’essere umano, ed esprime anche esigenze sociali. Il ripetersi quindi della propria tag (firma-identità creativa) era garanzia di attenzione e quindi la possibilità di uscire dall’anonimato affermando la visibilità della propria identità.

Inizialmente i supporti preferiti furono i vagoni delle metropolitane di New York, poi la consuetudine si estese ai muri periferici, spogli e privi di interesse architettonico, e meno sorvegliati. I vagoni della metro, però, garantivano la visibilità. The tube era il mezzo di trasporto più usato in tutta la città e dunque la comunicazione della propria tag era sicura e immediata, dai quartieri periferici le metro volavano nella City, al centro del luogo più importante della città dove la visibilità acquistava un suo riscontro. C’era anche una componente dinamica molto interessante, le “opere” erano viste in velocità. La compagnia di trasporto che gestiva la metro, tuttavia non gradì la presenza dei graffiti, e intensificò la sorveglianza, ma questo non fu sufficiente e dunque si tentò di trovare un compromesso cercando degli “spazi legali” per i writers.

Negli anni ‘80 la diffusione del fenomeno era tale che persino il mondo dell’arte pose la sua attenzione al graffitismo. Erano emerse (tra le tante) soprattutto le personalità di Taki 183, Phase II, Rammelzee, Lady Pink, Toxic, A-One, Crash, Daze, Zephir, Lee Quinoses, Blade,  Seen, Ja, Reus, Tats Cru, Ces, Sane/Smith, Sento, Ket, Ven, Reas, Mitch 77, Ghost, T-Kid170, Revolt, Min, Haze, Quik, Iz, Noc 167, Dondi, Part, Comet, Jester, In, Cliff 159, Caine1, Billy167, King 2, Pnut 2, Tracy 168, Super Kool 223, Stay High 149, Richard Hambleton,  Basquiat e Kaith Haring. Ma soltanto gli ultimi tre provenivano da una scuola d’arte e seppero poi sfruttare le loro tag e le loro conoscenze artistiche per emergere nel mondo dell’arte, portandosi però dietro il loro passato di emarginazione che comunque riuscì a condizionare le loro vite.

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