ARTE COME CONSUMO

Nell’arte degli anni ’50,’60 vengono adottate tecniche e materiali, in ambito artistico, che ci ricordano gli stilemi della produzione industriale. Potenzialmente, la produzione artistica si rivolge alla massa, le tecniche e la poetica artistica cambiano radicalmente. Protagonista indiscusso di questo processo è l’oggetto, che viene a trovarsi al centro della poetica artistica, e non poteva essere altrimenti, essendo esso capace di incarnare gli ideali della produzione industriale. Pensiamo solamente a Duchamp e ai suoi Ready Made (letteralmente: già fatto): un oggetto privo di ogni dignità artistica cambia radicalmente il suo statuto e il suo significato grazie alla scelta dell’artista, che sceglie, appunto,di promuoverlo a oggetto artistico, attribuendogli diverso valore. Con Duchamp siamo alle origini di questo processo, che continua a svilupparsi con la pratica tipicamente surrealista dell’ Object Trouvé. Facendo un salto in avanti, nel 1949 troviamo a Bruxelles la mostra:” Object a trouvers les ages”, organizzata dal gruppo CoBra: in questa mostra il pubblico è invitato a depositare nello spazio espositivo del museo i propri oggetti, creando un vero e proprio deposito dell’usato, quasi un mercatino, in cui semplici oggetti usati diventano opere, cambiano funzione, vengono dotati di nuova vita, grazie all’azione della scelta e dell’esposizione. L’artista Robert Rauschenberg afferma che :”Un paio di calzini non è meno adatto a fare un quadro che legno, chiodi, trementina, olio, stoffa…”. Questa poetica ben si esplica nei suoi Combines Painting, opere in cui l’artista prende un oggetto estrapolandolo dalla vita quotidiana, ad esempio un letto( nella sua opera Bed) e lo tratta come se fosse una tela, sgocciolandovi sopra il colore. È una rivoluzione assoluta, un’operazione che integra nell’arte qualsiasi oggetto legato alla vita. Questo processo culmina con la Pop Art( Pop è la contrazione della parola popular, popolare, un’arte diretta alle masse). Gli artisti di questo movimento hanno fatto un ampio utilizzo di materiali e tecniche industriali, per esempio la serigrafia, messa a punto da Andy Warhol: si tratta di una tecnica di stampa con cui l’artista rifiuta ogni tipo di individualità creatrice , a favore della spersonalizzazione artistica. Le sue opere risultano essere anonime, niente affatto individuali, si ripetono sempre nello stesso modo, cambiando magari il colore, ma fondamentalmente si ripetono incessantemente tutte uguali a se stesse, e sembrano essere metafora di una massificazione e globalizzazione verso cui l’industria, in quel determinato momento, e continuando tutt’oggi, sta spingendo il mondo. Anche la scelta delle immagini, delle foto da serigrafare, risulta essere emblematica: la sua produzione di immagini è incentrata su personaggi popolari, sulle icone del suo tempo, come Liz Taylor, Marilyn Monroe, John Lennon; oppure su prodotti industriali divenuti vere e proprie icone, per esempio la Zuppa Campbell o la Coca Cola. La ricerca artistica si incentra sulla produzione e il consumo delle immagini, una vera e propria industria dell’oggetto artistico. Ancora una volta l’arte riflette la società come uno specchio, fornendo un quadro di lettura nuovo e articolato.

Giulia Donatelli

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marco ha detto:

    Onestamente, pur condividendo l’articolo, ammetto di non aver mai capito l’orinale di Duchamp, al quale ho sempre di gran lunga preferito la merda d’artista di Manzoni, molto più provocatoria e creativa a rafforzare il legame tra artista ed il suo prodotto elevato ad opera d’arte.

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  2. De contemporaneo ha detto:

    Fontana, più comunemente noto come l’orinatorio, è un oggetto di utilizzo quotidiano, vicino a ciò che di più intimo compiamo ogni giorno: vedere un oggetto del genere esposto in un museo è stato sicuramente provocatorio almeno quanto cinquanta anni dopo lo è stata la Merda d’artista. Fontana non è un ready made qualsiasi: non è uno scolabottiglie, o una ruota di bicicletta(comunque a loro modo molto provocatori).A mio avviso questo ready-made fa qualcosa di più: non solo rompe la tradizionale idea dell’opera d’arte come qualcosa di prezioso, ma frantuma in mille pezzi anche l’idea che l’opera d’arte non possa essere qualcosa di intimo, di profondamente legato all’artista, e allo spettatore, che non può non vedersi talmente coinvolto da sentirsi quasi indignato di fronte all’elezione di un orinatorio ad opera d’arte. Il titolo stesso capovolge la funzione dell’oggetto: dalla fontana, comunemente l’acqua fuoriesce; contrariamente, l’urinatoio l’acqua la riceve.

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