ORGANISMO ARTE : THEATER PIECE NO. 1

Mi piace pensare all’arte come un organismo che vive, pulsa e si muove, in cui tutte le sue parti collaborano e non potrebbero funzionare l’una senza l’altra.

Trovo riduttivo e limitante pensare alla poesia, alla pittura, alla musica e alla danza come campi separati d’interesse o insiemi di manifestazioni artistiche indipendenti che non si incontrano. Infatti, la poesia è in grado di evocare immagini, la musica stimola un movimento e la danza può raccontare una storia, evocare le parole di una poesia, tracciare linee ideali nello spazio, e soprattutto, come qualsiasi forma d’arte, hanno la capacità di emozionare.

Nel 1952, al Black Mountain College (North Carolina), tre personalità influenti nel panorama artistico del tempo si incontrarono, dando vita a qualcosa di unico ed irripetibile: Theater Piece No. 1. Mi riferisco a John Cage, Merce Cunningham e Robert Rauschenberg, insieme ai due poeti Charles Olson e Mary Caroline Richards.

John Cage (compositore) e Merce Cunningham (ballerino e coreografo) si conobbero nel 1937 e da quel momento furono legati da una forte intesa artistica e sentimentale. Casualità ed improvvisazione furono i due termini cardine delle loro poetiche e i due principi che guidarono la loro prima performance Theater Piece No. 1. Si trattò di un evento in cui musica, danza, pittura e poesia coesistevano nello stesso spazio e tempo: ogni artista aveva a disposizione il suo intervallo di tempo per esprimere la propria creatività, senza attenersi a testi, coreografie o spartiti predeterminati.

L’uso di linguaggi artistici differenti non impediva agli artisti coinvolti di comunicare e collaborare fra loro e la condivisione di uno spazio di espressione non andava a ledere le specificità di ogni linguaggio: la lettura di poesie, la proiezione di diapositive e l’esposizione di quadri, il suonare e il danzare, si manifestavano sulla scena in modo indipendente l’uno dall’altro.

theater piece no 1

[Unico schema preparatorio alla rappresentazione]

Un flusso continuo di movimenti, parole, note ed immagini avvolgeva gli spettatori, i quali non erano separati dai performers, come in una normale rappresentazione, ma sedevano nello stesso luogo in cui avveniva la performance. Non vi era più uno spazio divisorio tra palco e platea, quello spazio che consentiva allo spettatore di mantenere un distacco sia fisico che emotivo da quello che accade sulla scena. Le frontiere che separavano arte e vita, arte e realtà ma anche musica, poesia, danza e pittura vennero abbattute: fu un’azione che pose differenti forme d’arte in un contesto, in una situazione comune che al tempo stesso ne valorizzava l’autonomia ed indipendenza.

Integrazione e identità, condivisione e indipendenza sono coppie di termini che non si escludono a vicenda.

Gaia Mancini

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