La Collezione Maramotti

La Collezione Maramotti, è una realtà estremamente importante per quanto riguarda il panorama artistico contemporaneo.

Situata nelle zone limitrofe di Reggio Emilia, si presenta come un’enorme struttura, figlia della rivoluzione industriale, che si erge su un giardino di notevoli dimensioni. Nonostante il suo aspetto sia legato all’industria, all’interno la Collezione vanta una delle più interessanti collezioni di arte contemporanea europee, sia per quantità che per qualità.

Per capire meglio questa realtà, bisogna sapere la storia della struttura, e per quale motivo ora è stata riqualificata a spazio culturale legato all’arte.

La Collezione nasce dalla passione di Achille Maramotti (creatore della casa di moda Max Mara) per l’arte contemporanea come stimolo alla creatività. Negli uffici della sua industria, venivano affisse opere di alcuni degli artisti chiave dell’epoca per stimolare la fantasia e la sfera emotiva dei creativi che vi lavoravano. Maramotti pensava che stimolando la creatività dei propri dipendenti in qualche modo si potesse innalzare anche la qualità del prodotto. Questa idea estremamente attenta alle esigenze umane dei lavoratori, che in questo modo subivano meno l’alienazione legata al lavoro standardizzato, lo portò ad acquistare parecchie opere d’arte e quindi a ritrovarsi tra le mani una sorta di collezione privata legata al marchio di Max Mara e di conseguenza anche al nome di Achille Maramotti.

Con l’aumentare del prestigio della marca di vestiti, la richiesta di abiti si fece sempre più alta e di conseguenza serviva un luogo di produzione più ampio dell’attuale sede della Collezione, quindi decisero di spostare la fabbrica in un luogo più ampio in cui incrementare la produzione. La sede storica però non è stata abbattuta bensì è stata rivalutata a luogo commemorativo, culturale ed espositivo. Alla morte di Achille Maramotti, la sua collezione è stata resa fruibile al pubblico anche grazie all’aiuto dei figli e dei collaboratori.

Tralasciando la parte storica, necessaria però per comprendere meglio questa realtà, La Collezione ha lo status di “collezione privata”, tuttavia pur non essendo un museo pubblico, si comporta ed opera come tale. Quello che affronteremo oggi è l’aspetto del luogo, l’allestimento della collezione e la Collezione come “esempio” di perfetta realizzazione di spazio espositivo e scelta museale.

Il fruitore una volta arrivato davanti l’ingresso della Collezione, cammina su un viale di mattoni grigi che lo conducono sino al grande portone di ingresso. Una volta entrati si è subito accolti da una grande stanza con delle sedute che invitano il fruitore al rilassamento, e contribuiscono a renderla un luogo in cui si prendono le distanze da quella frenesia che caratterizza la vita quotidiana. Un dettaglio di estrema importanza è che in questa piccola sala la pavimentazione è la stessa dell’esterno (mattoni grigi), come se la Collezione fosse un prolungamento del giardino esterno e questo mette ancora di più a suo agio il fruitore per permettergli una maggior predisposizione all’acquisizione delle opere. A seguire altre stanze di disimpegno con i vari servizi di accoglienza (armadietti, bagni ecc.).

Una volta superata questa prima zona, si sale al piano superiore dove è stato creato un percorso allestito per la fruizione delle opere. Ad accogliere un’altra volta lo spettatore è un immenso open space caratterizzato da colonne in cemento e pareti estremamente anonime, frutto del restauro di Hepgood. Gli spazi della fabbrica in precedenza erano più spaziosi ma meno adatti ad accogliere un esposizione di opere, si è deciso quindi di sacrificare parte dello spazio per una fruizione migliore della collezione.

È insolito vedere opere d’arte esposte in luoghi per le quali non sono state pensate ma devo ammettere che questo contrasto industria- arte permette alle opere di essere fruite in modo innovativo e insolito. Andando più nello specifico nell’ esposizione è stato scelto un percorso a pettine che si articola in un corridoio per il rapido cammino, che si dirama in diverse sale espositive. Le sale seguono il criterio cronologico di produzione delle opere, sottolineando l’estrema visionarietà di Achille Maramotti nel comprare le opere di artisti ormai affermati al tempo del loro debutto nell’ambito artistico. La collezione quindi vanta nomi tra cui: Kiefer (un’opera del ’75) per poi passare a Fontana, Burri, Manzoni; Pascali, Cucchi, Bacon, Basquiat, Merz e tanti altri artisti cardine della contemporaneità. Per quanto riguarda la parte prettamente estetica dell’allestimento c’è da dire che le opere sono esposte in maniera chiara e pulita, non assistiamo a fenomeni caotici di sovraffollamento o saturazione della parete. Le stanze accolgono poche opere alla volta valorizzando la fruizione.

L’ultimo aspetto che trovo estremamente importante in questo periodo storico è la volontà della Collezione di allestire le varie sale insieme agli artisti delle opere. Questo dialogo è estremamente importante perché rivaluta la figura dell’artista e lo rimette al centro del museo. Chi meglio del creatore dell’opera sa le condizioni ottimali per la fruizione del suo operato? Inoltre permettere all’artista di contribuire alla creazione dell’allestimento rende le sale eterogenee e portavoce di un processo creativo diverso legato alla sensibilità dell’individuo.

La Collezione quindi non solo è estremamente importante per la collezione che la caratterizza, ma è anche un punto di riferimento per gli altri musei di arte contemporanea. Le sue scelte museali e la sua qualità del servizio lo rendono un esempio di “museo Contemporaneo” ma questo argomento lo affronteremo in un altro articolo.

Link articolo correlato:

https://decontemporaneoblog.wordpress.com/2017/04/09/la-collezione-privata-maramotti-un-esempio-da-seguire/

Nicolò Savi.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marco ha detto:

    Trovo sempre molto interessante il riuso di spazi da archeologia industriale come musei d’arte. Mi piacerebbe conoscere una vostra valutazione anche sul museo della centrale Montemartini. Grazie per aver segnalato questa interessante esperienza musicale di cui non sapevo nulla.

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  2. De contemporaneo ha detto:

    Ciao Marco
    Siamo anche noi molto interessati all’ archeologia industriale e al riuso degli spazi per scopi museali. Provvederemo ad andare alla centrale e a scrivere di quella realtà.

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