Anish Kapoor al MACRO : “Un’arte viscerale o concettuale?”

La nuova produzione di Anish Kapoor è molto diversa dalle precedenti, eppure si riscontra inequivocabilmente la sua firma artistica. Ad ospitare il suo lavoro è il Museo d’Arte Contemporanea di Roma il quale gli ha riservato un’intera sala, in cui immediatamente notiamo come il bianco asettico delle pareti prende improvvisamente vita attraverso il colore pulsante del sangue, l’ambiente è suggestivo a tal punto da farci perdere la cognizione di luogo e di tempo.

L’artista si è concentrato sulle rappresentazioni della carne viva e pulsante che viene plasmata, lacerata e alterata, in un modo che ricorda molto l’Azionismo Viennese di Hermann Nitsch, soprattutto nell’opera “Negative Box Shadow”. In realtà le sue ispirazioni provengono da Rembrandt con il ‘Bue squartato’ e dalle ‘Combustioni’ di Burri, giungendo alla rielaborazione finale nel suo lavoro con sculture deformate “Unborn” e tele lacerate “Dissection” . Sono opere realizzate soprattutto con elementi naturali e artificiali: pellicce, acciaio, reti e silicone, dove l’uso percettivo del colore rende il tutto vibrante ed estremamente realistico.

Il curatore della mostra Mario Codognato la definisce una “ testimonianza della continua ricerca di Kapoor …”. Difatti nel suo percorso artistico è presente una coerenza continua, ovvero una linea concettuale e formale che caratterizza da sempre tutta la sua arte; ma ad oggi sembrerebbe esserci un’opposizione. La sperimentazione artistica precedente è caratterizzata dall’uso di superfici riflettenti e dall’investigazione del vuoto, ma ciò che predomina ora è la materia organica delle viscere trasformata in un elemento immateriale e inorganico: il fenomeno diventa oggetto. Senza ombra di dubbio, troviamo dei contrasti forti con le sue ideologie e il percorso artistico precedente, ma queste contrapposizioni fanno parte del suo lavoro, come gli studi sul concavo e convesso; effettivamente lavori del genere non sono ancora stati declassati del tutto, come ad esempio “Mirror (black to red)”, esposto alla mostra.

Questo nuovo stile ci appare tragico e orrido di cui ne avvertiamo la presenza costante, ma muta a seconda della nostra prospettiva: quando ci avviciniamo alle opere, chi guarda viene risucchiato in un vortice sanguinoso, invece in una panoramica più ampia è possibile notare come tutto appare estremamente fermo, come un guizzo bloccato per sempre in un attimo.

Un’ altra congruenza imprescindibile è l’interrogarsi sulla quarta dimensione, creando opere che inghiottiscono lo spettatore in una dimensione altra, ma questa volta con una valenza drammatica e sofferta. Sono opere estremamente eloquenti che raccontano l’ineluttabile destino tragico dell’uomo contemporaneo, denunciando la violenza con l’espressività muta dell’arte; un esempio ineccepibile di questo dramma è senz’altro  “Flayed”, in cui si percepisce un urlo silenzioso di terrore, dove l’orrore è presentato in tutta la sua crudeltà, lo possiamo vedere e respirare.

Allo stesso modo, l’artista indaga il modo di inglobare lo spazio con l’arte, usando talvolta opere monumentali che occupano lo spazio fisico, come “Sectional Body preparing for Monadic Singularity”, ed altre volte con sculture e tele tridimensionali che inglobano lo spettatore, come “Internal Object in Three Parts” che cattura e assorbe chi guarda in questa cascata di elementi viscerali che da un momento all’altro sembra stiano per travolgerci.

La sua è un’ arte che permette a chiunque di entrare all’interno di questo mondo metafisico e inconscio, dove lo spettatore si pone delle domande e ove l’oggetto artistico diventa un catalizzatore di significati.  Ciò che conta per Kapoor non è il prodotto ma le reazioni e stati d’animo dello spettatore, per questo è un’artista imprevedibile con una visione sia concettuale sia spirituale ed enigmatica.

Isabella La Tora

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