AI WEIWEI LIBERO: UN’ARTE CONTRO

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Risulta complesso collocare Ai Weiwei in una qualche categoria, per la poliedricità del suo operato.

Artista, pittore, fotografo, blogger, dissidente politico, attore, architetto, designer:  questi mille modi di fare arte sono in qualche modo indirizzati verso un unico obbiettivo: l’abbattimento di ogni forma di censura. Per capire la sua arte bisogna accennare alcuni accadimenti che hanno influenzato il suo pensiero, e condizionato irrimediabilmente la sua vita. Ai Weiwei nasce nel 1957 a Pechino da una famiglia di intellettuali; il padre viene accusato dal regime di anticomunismo, perciò Ai Weiwei e la sua famiglia vengono esiliati, e vivono per anni in una Spelonca nel deserto del Gobi: il padre è condannato ai lavori forzati, per umiliazione è costretto a pulire le latrine del paese. Questo avvenimento resta impresso nella memoria del figlio. Tra i brutti ricordi di questo periodo le uniche immagini che gli donavano sollievo erano delle riproduzioni di due capolavori di Botticelli: la Primavera e la Nascita di Venere, presenti in un vecchio libro. Dopo la caduta del regime comunista, Ai Weiwei e la sua famiglia possono finalmente tornare in Cina. Dopo aver fondato il gruppo Stars, nell’81, attratto dall’Occidente, si reca negli Stati Uniti: qui la conoscenza  dell’arte concettuale di Marcel Duchamp lo aiuta a trovare una propria identità artistica. Nel 1993, in seguito alla conoscenza di una grave malattia del padre Ai Weiwei fa ritorno in Cina, dove trova un governo oppressivo: apre un blog in cui denuncia le ingiustizie e rende pubbliche verità scomode al governo, per esempio il terremoto di Sichuan nel 2008, in cui muoiono moltissimi studenti sotto le macerie; secondo Ai Weiwei il governo cinese ha utilizzato materiali scadenti per costruire gli edifici scolastici. Nel 2009 il suo blog viene chiuso dalle autorità: a causa della sua opposizione al regime,l’artista viene recluso per 81 giorni: viene confinato in una località segreta, e di questa detenzione non si è riuscito a sapere nulla. Dopo la sua liberazione gli viene tolto il diritto di espatriare: il suo passaporto è sequestrato dal governo fino al 2015. Da qui il titolo della mostra tenutasi a Firenze, a Palazzo Strozzi: Ai Weiwei libero.                                      Palazzo Strozzi, edificio rinascimentale, già di per se opera d’arte, viene caratterizzato anche esternamente dall’estro dell’artista, con un’opera di cui si è tanto parlato in questi mesi: “Reframe” , che nasce dal suo impegno come attivista sul tema della migrazione e dei rifugiati. È un’installazione in cui una serie di gommoni di salvataggio arancioni circondano le finestre del Palazzo; vuole essere una critica all’Europa, vuole ricordare le tragedie vissute da coloro che intraprendono un difficoltoso viaggio tra la vita e la morte: i rifugiati sono costretti ad aggrapparsi ad un ambiente sconosciuto, che è l’Europa, con la sua impostazione culturale profondamente differente. Nella prima sala si trova un’installazione, “Forever” , costituita dalla sovrapposizione di biciclette tutte uguali, una sopra l’altra, impossibilitate nel movimento: la bici, come ben sappiamo, è un mezzo di trasporto, e l’immobilità che si percepisce in questa installazione va a scontrarsi con l’immagine dinamica comunemente attribuita alla bicicletta; questo contrasto produce un forte spaesamento percettivo: avvertiamo forte la presenza di Duchamp (si pensi alla Ruota di Bicicletta).

Il riferimento alla marca, “Forever”, era un richiamo all’unica marca di bici commercializzata in Cina durante la sua infanzia: era sinonimo di benessere e ricchezza possederne una. Proseguendo, troviamo una sala in cui è cristallizzato il ricordo del terremoto del 2008: Ai Weiwei ricorda come tra le macerie trovasse zaini e materiali scolastici appartenenti ai ragazzi morti nel terremoto; infatti a queste vittime fa riferimento lo Snack Bag, un enorme serpente formato da zaini tutti uguali, assemblati insieme.  Ovviamente la sagoma del serpente fa riferimento al dragone, animale simbolo della cultura cinese, che a sua volta richiama al “veleno”( quindi alla corruzione) del governo cinese.

Nelle opere collocate nella sala successiva vi sono alcuni mobili, stravolti nella loro funzione essenziale: sedie modificate a tal punto da rendere impossibile sedersi su di esse, tavoli dalle forme mai viste.

È esaltato il nonsense, cosi come anche gli sgabelli, oggetti ricorrenti nella tradizione cinese, sono assemblati e riuniti insieme, quasi a formare un grappolo( Grapes e Two Legs On The Wall).

La struttura è composta dal modulo dello sgabello, e può potenzialmente proliferare infinitamente, comprendendo e globalizzando il circondario come se fosse una vera e propria megalopoli. È una chiara metafora dell’individuo snaturato della propria identità se immerso in un mondo globalizzato.

Importante è notare quanto le opere di Ai Weiwei siano frutto dell’incontro tra due culture: Oriente ed Occidente coesistono coerentemente nella sua arte.Un esempio ne è “Map of China”, una scultura puzzle formata da legno tieli, recuperato dai templi della dinastia Qing, distrutti per essere sostituiti da costruzioni moderne: i pezzi sono riciclati, e per questo differenti l’uno dall’altro simboleggiando le diverse culture all’interno della stessa etnia, uguaglianze e differenze che convivono all’interno di uno stesso paese, con una forte tradizione, ma al contempo fortemente all’avanguardia.

Di tradizione e avanguardia parlano i quattro ritratti presenti in una sala, di Dante Alighieri,  Filippo Strozzi, Galileo Galilei e Girolamo Savonarola, volti ben noti della storia, realizzati con materiali nuovi ed innovativi: mattoncini LEGO; non più ritratti olio su tela, la tradizione della ritrattistica viene rivoluzionata ed evolve nell’utilizzazione di materiali attualissimi. Le figure rappresentano personaggi rivoluzionari, in qualche modo scomodi, della storia, da questo punto in comune deriva la scelta dei personaggi raffigurati.

Ma sicuramente è “Studio Prospettico” l’opera che desta curiosità, probabilmente più di tutte le altre:è una serie di 40 scatti fotografici, in cui è ben visibile il dito medio di Ai Weiwei che si innalza contro i simboli mondiali del potere( La Gioconda, La Tour Eiffel, La Casa Bianca, Piazza San Marco, Il Colosseo, La Sagrada Familia, etc).

L’intento è riuscire a far mettere in discussione l’atteggiamento del fruitore nei confronti di governi, istituzioni, e anche della cultura. Sono foto fortemente dissacratorie, che incitano al pensiero autonomo, a guardare oltre l’istituzionalizzazione di un monumento, di un’opera, di una cultura, e a riflettere autonomamente senza dover necessariamente far elogio di un’icona semplicemente perché per sentito dire, a non amare la Gioconda semplicemente perché “è la Gioconda.”

Le foto sono un mezzo espressivo utilizzato spessissimo da Ai Weiwei, poiché fotografia è anche testimonianza, trasmettere una verità, dimostrarla, metterla davanti agli occhi di tutti; è questo il significato dei selfie, delle fotografie che attestano moltissimi momenti della sua vita. Testimoniare per raccontare il vero è, in ognuna delle sue opere, l’obbiettivo primario, contro ogni forma di censura.

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La mostra è terminata il 22 gennaio 2017, ed ha avuto un grandioso successo, e prossimamente Palazzo Strozzi ospiterà una nuova mostra: “ Rinascimento Elettronico, Bill Viola”.

Continuate a leggerci per avere notizie in merito.

Giulia Donatelli

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