Gino De Dominicis

 

Gino De Dominicis è, per chi non lo conoscesse, uno degli artisti italiani meglio considerati, tanto in patria che oltreoceano. Il MOMA di New York vanta nella sua collezione un opera iconica di De Dominicis, una di quelle opere che rappresentano al meglio il suo spessore intellettuale e umano, il cui titolo, fulminante, è In principio era l’immagine. L’opera raffigura una enorme testa di donna con gli occhi spalancati ed estremamente ricettivi che mira qualcosa oltre il quadro stesso; La fisionomia può ricordare una casalinga italiana, eppure il modello era una statuetta supera, detta Orante, del terzo millennio avanti Cristo.

E’ proprio la capacità di andare oltre il proprio tempo, a collocarsi in una dimensione temporale e allo stesso modo atemporale, a caratterizzare il genio artistico di De Dominicis, che è forse l’ultimo autentico artista romantico del Novecento italiano. Ultimo non so, romantico sicuramente.

 

De Dominicis nasce ad Ancona nel 1947 e a circa vent’anni si trasferisce a Roma. Inizialmente studia Architettura all’Accademia di Belle Arti e frequenta un gruppo di artisti romani, il Laboratorio 70, con cui realizza delle “scorribande” artistiche in giro per la città. Lo vediamo in una foto d’epoca mentre si aggira per la celeberrima mostra di Jannis Kounellis all’Attico, quella dove erano esposti i cavalli vivi. Successivamente stringe amicizia con il proprietario della galleria, Fabio Sargentini, giovane gallerista personificazione dell’energia che consumò gli anni settanta romani. La prima mostra all’Attico è del 1969, in mostra c’è il manifesto mortuario di De Dominicis e alcune sculture “invisibili”.

Con questa mostra De Dominicis decreta che l’invisibilità è una proprietà della materia, e come tale può essere esposta. Il vuoto non centra nulla, o almeno, non come lo ha mostrato Yves Klein nella sua mostra Le Vide a Parigi nel 1958.

 

L’amicizia con Sargentini lo porta infine alla Biennale di Venezia. Siamo nel 1972, e De Dominicis ha da poco pubblicato la sua Lettera sull’immortalità del corpo, con il suo caustico incipit: “Vedi cara, io penso che le cose non esistano…per esistere esse dovrebbero essere eterne”. La Lettera è una delle chiavi per leggere la formidabile istallazione veneziana, che destò scandalo nell’opinione pubblica perché esponeva come “opera d’arte” nient’altro che Paolo Rosa, un ragazzo affetto da Sindrome di Down. L’ho chiamata “istallazione” per rifarmi ad un linguaggio tecnico e comprensibile. Di fatto, non era un istallazione – bensì un “teatro mentale”, una rappresentazione delle idee di De Dominicis, che citando Vittorio Sgarbi era “un filosofo che indicava le sue tesi non con le parole, bensì con le opere”.

 

Questo “teatro mentale” era costituito dalla presentazione del mongoloide, che era un ipotetica soluzione d’immortalità. Il down secondo De Dominicis non ha una percezione sequenziale degli eventi, piuttosto vive in un eterno presente, ed è proprio questa “immobilità” dell’attimo a sancire l’immortalità di Paolo Rosa, che è un “mortale senza coscienza della mortalità”… dunque, un immortale, in linea teorica. Quando non si parla più di immortalità del corpo è una mostra, dedicata esclusivamente agli animali, il cui titolo chiarisce che non si tratta più di un immortalità fisica, bensì di una sorta di immortalità mentale, legata ad una ”immobilità” del tempo. Proprio per questo De Dominicis individua nell’animale un’altra forma di vita possibilmente immortale.

 

All’inizio degli anni Ottanta, in quel clima di rinnovato entusiasmo per la pittura (In Italia Bonito Oliva teorizzava la Transavanguardia, mentre per la prima volta un negro arrivava ad esporre in Europa la sua pittura analfabeta) De Dominicis scivola nel suo studio buio di Piazza San Pantaleo e ricomincia a dipingere. “Avrei voluto essere sempre pittore” disse, uscendo dall’algido rigore della stagione concettuale. In quegli anni compose opere veramente antiche e contemporanee allo stesso tempo, affermando il primato della pittura su tutte le Belle Arti, prendendo una netta posizione contro la fotografia, affermando che “la fotografia non crea, riproduce solamente” . Solo nel suo studio, identificandosi con il tiranno-artista re di Uruk Gilgamesh, compose senza posa, lasciandosi influenzare tanto dalla filosofia ermetica tanto dagli scritti, all’epoca recenti, di Zecharia Sitchin.

 

L’ultima provocazione dell’uomo-artista fu la misteriosa morte avvenuta una sera di novembre del 1998. Lo trovarono sul letto di morte già perfettamente vestito in frac, pronto per la bara. I suoi dipinti erano tutti coperti da uno spesso strato di vernice nera, e la sua ricca biblioteca, che contava antichi volumi manoscritti, interamente scomparsa. Fu lui a decidere di morire? Aspettò con consapevolezza di esalare l’ultimo respiro, come fanno alcuni eremiti indiani tutt’oggi? Questo, come molte altre cose, sono decisamente fuori dalla nostra portata d’indagine. Comunque sia, De Dominicis ha incarnato una profonda religiosità, che amava confrontarsi con le leggi fisiche piuttosto che con i testi sacri. Durante la sua parabola esistenziale ha riflettuto sulla gravità, sull’invisibilità, sulle probabilità e sull’ipotesi di una immortalità del corpo, intesa ancora una volta come l’effetto di una liberazione dalla legge fisica che condanna l’uomo al decadimento ed alla morte: l’entropia.

Filippo Torselli

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