Quel genio maledetto di Basquiat!

L’arte di strada, così selvaggia e lontana dal mondo del mercato, entra a far parte delle gallerie tra gli anni 70-80, con il nome di Graffitismo: un’arte che rivendicava un grido silenzioso di aiuto ed una riqualificazione delle squallide periferie in cui la società emarginava le categorie sociali più deboli, come i ceti meno abbienti e gli immigrati. Ben presto questo stile si diramerà in tutto il mondo, diventando un caposaldo della storia dell’arte contemporanea.

Uno dei pionieri di questo movimento è Jean-Michel Basquiat, nato a Brooklyn il 22 dicembre 1960 da una famiglia disagiata di migranti, il padre haitiano e la madre di origini portoricane, in un quartiere lasciato a se stesso. Sin da piccolo mostra un forte interesse per l’arte, spinto dalla madre che lo accompagna in giro per i musei di New York. Diventa appassionato, inoltre, di design, di film di Hitchcock e di boxe, ma soprattutto un grande amante della letteratura: “Gray’s Anatomy”, il celebre libro di anatomia umana che gli dona sua madre, sarà fonte d’ispirazione per la sua arte.

La poetica di questo genio oscuro potrebbe essere suddivisa in tre periodi fondamentali. In una prima fase, che inizia verso il 1980, l’artista è prevalentemente condizionato da un’ossessione per la morte: le sue tele, infatti, sono caratterizzate da figure scheletriche e da maschere inquietanti. Dal 1982 rivela la cultura nera delle sue origini, attraverso opere che presentano figure sovrapposte ed elementi di scrittura. Dal 1986 affronta il periodo più buio della sua vita, che si concluderà con la sua morte, durante il quale i suoi lavori presentano l’evidente influenza della sua dipendenza dalla droga. Paradossalmente, questo è il periodo artisticamente più luminoso e creativo, durante il quale impronterà la sua ricerca su un’arte ibrida nelle tecniche: si servirà di mezzi che spazieranno dal collage alla scrittura, dalla pittura al graffito. Sarà perciò incisivo l’impatto che avrà sull’arte a venire.

Il primo approccio con il graffitismo inizia nel 1977 con l’amicizia di Al Diaz, con il quale prova anche per la prima volta l’LSD. Assieme imbrattano le strade di Manhattan firmandosi ‘SAMO’, acronimo di Same Old Shit, e con delle tag che contengono frasi apparentemente insensate, ma che celano invece una radice rivoluzionaria e più profonda, come: ‘SAMO SAVES IDIOTS’ . Nel giro di poco tempo, si fanno strada negli ambienti culturali dell’ East Village, ma Basquiat non si accontentava della strada, voleva avere successo.

Nel 1980 partecipa all’esposizione collettiva “The Times Square Show”, organizzata dal ‘COLAB’ (Collaborative Projects Incorporated), un gruppo di giovani artisti newyorchesi; l’anno successivo partecipa alla “New York/New Wave” insieme a Keith Haring, altro punto di riferimento del graffitismo americano.

In breve tempo passa dalla strada alle gallerie, cominciando ad esporre nei luoghi più rinomati ed entrando in contatto con i più famosi artisti della scena di quegli anni, con cui avrà delle importanti collaborazioni: Francesco Clemente e Andy Warhol, il quale influenzerà profondamente l’arte di Basquiat. Entrato a far parte della Factory, nel 1984 allestisce una mostra di opere prodotte da lui e da Warhol, il cui manifesto li ritrae come protagonisti di un incontro di boxe. Tra i due nascerà una grande amicizia, e condivideranno le loro affinità: la stessa sensibilità, gli stessi obiettivi e le stesse problematiche. In Basquiat, tuttavia, i contrasti interiori erano divenuti disturbi psichici persistenti.

Il suo personaggio assume notorietà, ma la sua arte si continua a muovere nel sociale: ‘la strada’ è imprescindibilmente reale, ed egli, con la sua esperienza, porta nel mondo la cruda realtà della vita. Una vita avvelenata descritta da figure ridotte all’osso, o per meglio dire al graffito, che ci comunicano il loro stato di apparente morte, talmente viva da sembrare reale. Ne sono esempi evidenti opere come ‘Poison Oasis’ e ‘Skull’ (1981). È facile riscontrare delle forti analogie con Jean Dubuffet e l’Art Brut, ispirata ai disegni prodotti dalla follia, e con le opere influenzate dall’arte africana di Pablo Picasso. Questi influssi, tuttavia, più che punti di riferimento, sono radicati nel DNA di Basquiat e nel suo modo di comunicare, fanno parte della sua vita. Nelle opere di Basquiat la morte comunica un’inquietudine che allerta lo spettatore attraverso una sorta di violento memento mori.

Basquiat, inoltre, si fa portavoce della condizione della comunità afro-americana nella metropoli: non teme di mostrare le sue origini, e le rivela attraverso riferimenti come le icone primitive che popolano il suo immaginario, accompagnate da parole che irrompono sulla tela con una valenza concettuale e decorativa. Sono evidenti in questo senso lavori come ‘Irony of Negro Policeman’ (1981), nel quale ironizza sulla sua cultura, schiava delle menti bianche e ‘Dustheads’ (1982), con figure iconiche che portano inquietanti maschere africane.

Altre opere sono portavoce di drammi in atto, come ad esempio ‘La Colomba’ (1983) e ‘Philistines’ (1982); quest’ultima, in particolare, è un esplicito attacco verso quella cerchia di eruditi che s’interessava soltanto al valore economico dell’arte. Evidente è anche lo stato di aggressività verso l’uomo, un’altra verità recondita condivisa con lo spettatore.                                                                                                                                    

Basquiat si avvale di verità semplici, così come fa la strada nella realtà.
La cultura underground non lo abbandonerà mai: egli dipingerà sulle tele ciò che all’inizio aveva tracciato sui muri e sugli oggetti. La sua arte è estremamente pittorica ed ermetica, in grado di trasmettere un messaggio iconico spontaneo, all’apparenza infantile, ma in realtà violento e aggressivo.

Nonostante sia stato accolto dall’élite mondana, egli continua ad essere introverso e alienato, incapace di bilanciare il successo con i demoni interiori che consumano la sua mente. Dopo la morte di Warhol diventa sempre più depresso e paranoico, l’uso di droga si fa sempre più massiccio, sino ad una fatale overdose di eroina nel 1988, a soli 27 anni. Basquiat fu specchio di quella generazione cresciuta con una visione negativa del mondo e che desiderava a tutti i costi ricostruirlo, vide nell’arte un modo creativo per abbattere ogni tipo di barriere sociali e culturali, diventando liberi di esprimersi in qualsiasi parte della città. Ma la sola arte non basta! Basquiat è l’esempio di come queste barriere vengano interiorizzate, cambiando radicalmente la vita di una persona, e forse è proprio per questo che sono le più difficili da abbattere.

Isabella La Tora

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