EDWARD HOPPER

Il Complesso del Vittoriano di Roma, dal primo Ottobre al 12 Febbraio, presenta una panoramica su Edward Hopper, esponendo sessanta dei suoi capolavori che coprono l’intero arco temporale della sua produzione: dagli acquerelli parigini, ai paesaggi e scorci cittadini degli anni ‘50 e ’60. L’allestimento è curato da Barbara Haskell e tutte le opere provengono dal Whitney Museum di New York (http://whitney.org).

Edward Hopper (1882-1967) è un artista statunitense della prima metà del 900, che decide di rimanere indifferente ai movimenti artistici europei a lui contemporanei e all’astrazione americana; scegliendo ,invece, di seguire la corrente realistica della American Scene.
Questa corrente è caratterizzata da un forte nazionalismo e dalla propensione nel descrivere l’America della grande depressione, ponendo in primo piano la quotidianità della vita del suo paese, le città e la contemporaneità.
La sua opera è il racconto provinciale degli aspetti più deprimenti e sgradevoli dell’American way of life (letteralmente modo di vita Americano), per questo le scene dei suoi quadri sono fredde e statiche, con forti contrasti di luci e ombre.

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Nei suoi quadri sono immortalate frazioni di realtà, cristallizzate nel tempo, come se volesse narrare delle storie e delle situazioni. Egli ha saputo cogliere un momento particolare nel preciso secondo in cui il tempo si ferma, dando all’attimo un significato eterno, universale.

La maggior parte delle sue opere inquadrano paesaggi naturali, contrapposti da qualche elemento che ricorda la civiltà umana; quindi il simbolo di una natura selvaggia, intaccata dall’artificio dell’uomo, che ha ormai invaso tutto ciò che è naturale.
Ad esempio l’opera Light at Two Lights (1962) rappresenta la frattura tra la civiltà e la natura incontaminata, come un qualcosa che è ormai insanabile, grazie alla presenza costante dell’uomo nell’ambiente.

Il mio obiettivo nella pittura è sempre usare la natura come mezzo per provare a fissare sulla tela le mie reazioni più intime all’oggetto”.

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Nel 1915 inizia la sua serie di acqueforti, realizzandone una cinquantina per i successivi otto anni.
Queste incisioni sono fondamentali nel suo percorso artistico, poiché contengono tutti i temi e le composizioni che in seguito svilupperà attraverso la pittura a olio, sembrano quasi delle bozze preparatorie.
Anomala è l’opera Evening Wind (1921) nella quale la staticità e calma, tipica del resto della sua produzione, è rotta dal nascere di un movimento; opera quasi unica nel suo genere ma che evidenzia lo studio e riflessione che l’artista dedicava alle opere.

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Interessante, oltre alle incisioni, sono anche i disegni, in cui traspare sempre l’idea di un’azione che sta per compiersi. In Study for Girlie Show (1941) e In a Resturant (c.1916-1925) si può riscontrare nuovamente un’anomala vitalità, come se i personaggi uscissero dal solito anonimato “hopperiano”; forse proprio grazie all’arte del disegno, essendo più diretto e meno meditato fa emergere le personalità, che invece nella pittura si vanno a perdere.

Uscita dalla mostra, personalmente, sono rimasta un po’ perplessa senza riuscire a capire se l’esposizione mi fosse piaciuta o meno; mi aveva lasciato in sospeso, senza una risposta, incapace di esprimere un’opinione a riguardo.
Infine riflettendoci, ho trovato la soluzione ai miei dubbi: le opere di Hopper hanno tutte in comune questo silenzio, un silenzio quasi opprimente, che lascia senza parole anche lo spettatore.
Il suo però è un silenzio che “parla”, che comunica quella sensazione di solitudine e isolamento dal mondo. Per questo motivo, a mio parere, una mostra dedicata interamente ad Hopper è una mostra che va vista da soli, in pace, poiché egli è un artista che invita lo spettatore a guardare l’intimità di uno spazio interno, come se volesse catapultarci in quella situazione da lui raffigurata.
Nei suoi quadri i paesaggi e i personaggi, seppur totalmente anonimi, sono dei partecipanti ad un unico racconto, fatto di tanti episodi: sono delle rappresentazioni statiche che la nostra fantasia ha il compito di animare e far muovere. È lo spettatore ad entrare dentro l’opera e creare la sua storia.
I suoi quadri potrebbero essere delle illustrazioni di novelle o di racconti (quasi veristi), che danno il “la” alla nostra immaginazione.

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Come i soggetti da lui raffigurati appaiono isolati nel rincorrere i loro pensieri, così anche l’osservatore si perde nel fantasticare guardando le sue opere.

Riguardo all’esposizione generale va fatto un grande apprezzamento all’organizzazione delle due attività interattive finali, che danno la possibilità al pubblico di partecipare e addirittura entrare dentro all’arte di Hopper.
Una di queste due è Disegna con Hopper in cui si ha la scelta di riprodurre tre pitture, grazie all’aiuto di tre schermi diversi e alla fornitura di carta e matita.

Margherita Pascali

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