ARTEMISIA GENTILESCHI E IL SUO TEMPO

Dal 30 novembre 2016 fino al 7 maggio 2017 è in esposizione a palazzo Braschi la mostra sulla pittrice barocca Artemisia Gentileschi, figlia dell’altrettanto noto pittore Orazio Gentileschi.

La mostra offre la visione di più di 100 opere, della stessa Artemisia e dei suoi contemporanei, disposte in ordine cronologico consentendo di seguire l’evoluzione dello stile della pittrice e di metterlo a paragone con quello degli altri pittori.

Artemisia nasce a Roma nel 1593 e muore a Napoli nel 1653, sviluppa e dimostra sin da piccola un forte interesse per la pittura, così il padre Orazio (pittore toscano di formazione manierista), incentivando questa sua passione, le offre una buona formazione artistica presso la sua stessa bottega. Influenzeranno il suo stile certamente Caravaggio (presente a Roma dal 1592 al 1606) e i contatti con pittori non solo romani, considerando i suoi spostamenti a Firenze, Venezia,Napoli e addirittura Londra.

Ma ciò che maggiormente diede alla pittura di Artemisia un carattere diverso, riconoscibile e originale fu lo stupro subito da Agostino Tassi, amico e collaboratore del padre, nel 1611. Orazio accusò Agostino Tassi di stupro, il processo durò un anno durante il quale Artemisia fu sottoposta a torture e momenti umilianti per verificare che dicesse la verità.

Questo episodio segnò radicalmente la vita di Artemisia, il suo carattere ma soprattutto la sua arte. Le donne sono figure dominanti e decisive nei suoi quadri, sono emblemi di forza e carattere.

Basta comparare la Giuditta e Oloferne di Artemisia con quella di Caravaggio: il soggetto è lo stesso, simile anche la composizione, enorme la forza espressiva, ma la figura di Giuditta è estremamente diversa. In Caravaggio è una giovane fanciulla dall’espressione più perplessa, che determinata rispetto all’atto che sta compiendo; in Artemisia Giuditta è un donnone, mostra fiera il suo orgoglio di essere donna, con braccia grosse e mani forti, accigliata e concentrata nella sola azione di tagliare la testa a Oloferne.

“Giaele e Sisara”, altro episodio della Bibbia, narra un’altra uccisione. Qui l’atmosfera è diversa da quella di Giuditta e Oloferne, i personaggi sono immersi nella quiete, i colori e la luce alta e diffusa non fanno certo pensare alla violenza di un omicidio. Eppure i due quadri hanno qualcosa in comune:  la figura femminile, in questo caso Giaele, proprio nella più assoluta calma e quiete mostra la stessa determinazione di Giuditta, senza esitazioni né perplessità in volto si accinge a conficcare, con un martello, un chiodo nella testa di Sisara.

La stessa sicurezza e determinazione negli sguardi delle donne che dipinge le ritroviamo, non per caso, nel suo autoritratto come suonatrice di liuto. Riprendendo ancora una volta Caravaggio (Suonatore di liuto 1596-1597), Artemisia ci mostra un’immagine di se a dir poco veritiera: non si vergogna di mostrarci i suoi difetti come quel naso pronunciato e quel mento un po’ sfuggente, ma nello sguardo e nel portamento fiero ci dice che non ha paura dei giudizi, che può, deve e vuole viaggiare e che soprattutto è una donna indipendente.

Sebbene sia vissuta a cavallo tra il 500 e il 600 Artemisia Gentileschi è ancora di estrema attualità, purtroppo e per fortuna. A secoli di distanza la violenza sulle donne non sembra essere un fenomeno estinto, affermare che si sia espanso non mi sembrerebbe corretto, direi piuttosto che è aumentata la sensibilità e l’informazione (a volte anche troppa, intendo dire che la violenza sulle donne, come tanti altri argomenti che riguardano il sociale, sono usati spesso e volentieri come strumenti per fare audience e notizia).  Per fortuna Artemisia non è stata solo una ragazza vittima di uno stupro ma una grande pittrice, una donna che ha saputo riscattarsi, che alla faccia di chi l’ha vista solo come un oggetto ha saputo dare un contributo non indifferente alla storia dell’arte e che oggi possiamo considerare come un modello.

Gaia Mancini

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