Immagini da altri mondi – Riflessioni su Edward Hopper

“[…]Una solitudine assoluta, ma una solitudine con un immenso orizzonte e una larga luce diffusa: l’immensità senza altra bellezza che se stessa”
Ch. Baudelaire, L’art romantique
Solitudine, luce diffusa, immensità.
Sono parole di Baudelaire, il poeta che era solito scegliere con cura le parole, cercarle e scovarle come se si nascondessero negli angoli della mente. Solitudine, luce diffusa, immensità. “Chissà se Edward Hopper hai mai letto Baudelaire, perché i suoi quadri sembrano la rappresentazione esatta di quel verso”, pensavo oggi mentre visitavo la mostra a lui dedicata al complesso del Vittoriano a Roma, scoprendo che sebbene i due siano divisi da uno spazio temporale di un secolo, sembrano uniti da uno spazio intimo che accomuna le loro poetiche: l’immenso mondo della rêverie. Un mondo altro, intimo e immenso tanto quanto profondo, nel quale non è possibile accedervi se non attraverso le immagini. L’immagine come strumento attraverso il quale l’artista ci invita, il medium che ci trasporta dal mondo sensibile al mondo dei sogni, che siano ad occhi aperti o chiusi non importa, non potremmo in altro modo conoscere una solitudine che non è la nostra. Hopper è un’artista che richiede un determinato stato dello spirito affinchè possa aprirsi in modo sincero, quindi ho approfittato di un giorno in cui avevo la necessità di stare sola. Le luci dei faretti illuminavano le opere come occhi di bue puntati su un attore di teatro che attende solenne il silenzio del pubblico per iniziare a parlare. Tutti i soggetti dei quadri sono sospesi in quell’attimo, un attimo che nei quadri di Hopper diventa infinito negando qualsiasi costrizione temporale. Lo spazio intimo e lo spazio esterno si incoraggiano nella loro crescita e così troviamo paesaggi vasti, campagne e pianure, villette e pompe di benzina, un faro. Paesaggi che sembrano appartenere ad un era post apocalittica per quanto privi di presenze umane e che non possono che esistere nel “mondo altro” citato sopra, quello dell’intimità solitaria. Davanti all’acquerello di grandi dimensioni “Casa su Pamet River”, la mia mente continuava a domandarsi se ci fosse qualcuno dietro a quelle persiane un po’ malandate. Dietro al biancore accecante del muro della villa ci sarà un ombra? E in quell’ombra vivrà qualcuno? Eppure forse è inutile andare a cercare tra i dettagli, per Hopper tutti gli oggetti sono solo dei mezzi per descrivere la luce, darle un corpo; così bianca e accecante da diventare protagonista. In “Interno d’estate” è una carezza, una mano tesa. È la dichiarazione dell’artista che questi spazi rappresentati non sono privi di vita poichè la luce si fa presenza umana. Molto più viva, molto più sincera dell’ennesima donnina solitaria vestita in modo provocante che ho incontrato qua e là nei quadri, mentre seguivo il percorso della mostra. Così come gli uomini d’affari, i borghesi, il pagliaccio dell’opera “Sera azzurra”, tutti i personaggi sono assenze, non dialogano tra loro perchè non esistono in quello spazio. Strappando le parole ad Henri Bosco: “io sono sempre altrove, un altrove fluttuante, fluido. Lungamente assente da me, presente da nessuna parte, accordo troppo facilmente l’inconsistenza delle mie rêveries con gli spazi illimitati che le favoriscono”. E così lo spazio si espande perché l’anima fa il suo nido nell’immensità, l’infinità dello spazio intimo. “Secondo piano al sole” contiene tutto: la luce, i personaggi, l’assoluta solitudine data dalla loro presenza assente, dalla loro mancanza di dialettica. E proprio alla fine, mentre sono immersa nei suoi sogni ecco che Hopper mi sbarra la strada con “Scala”, una porta aperta su una siepe buia, un muro che sembra dire “la porta è aperta puoi uscire, ma non sarebbe meglio rimanere?”
Ch. Baudelaire, L’art romantique
H. Bosco, Le jardin d’Hyacinthe, Gallimard, Paris 1946, p. 18

Roberta Cacciatore

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