Il Museo come amico

A tutti spesso è capitato di sentirsi un po’ giù di morale, senza grande compagnia, con pensieri negativi che ronzano per la testa, un alone di indifferenza avvolge le azioni quotidiane e il tempo sembra non trascorrere mai. Da questa condizione non è facile uscirne, non si riesce a pensare lucidamente, ci si scorda di molte cose, dimenticando quella più importante: noi non siamo mai soli!

Abbiamo un compagno fedele, fisso, immobile, accogliente, illuminato, a volte sorridente, altre spaventoso, ci può elevare lo spirito o angosciarci, ma più di tutto ci può far riflettere. Di che parlo? Del museo.

Quando varchiamo la soglia di un museo, entriamo in un mondo diverso da quello di tutti i giorni. Entriamo in un luogo dove spesso non sappiamo come muoverci, quali opere guardare, come guardarle, sappiamo però di entrare in un’ ambiente in cui tutto ciò che è dentro di noi, nel nostro inconscio, viene fuori : si palesa, possiamo vederlo, possiamo affrontarlo. Non c’è un modo giusto di vivere questo luogo, ognuno lo affronta in maniera diversa.

Quante volte si vedono persone ferme ed immobili davanti ad opera che a noi non suscitano nulla? Quante volte ci siamo chiesti “ ma che è sta roba” di fronte ad un opera che non ci trasmetteva poi granchè?

Credo che le opere d’arte, e in maggior scala il museo, ci possano toccare nel profondo solo se si ha lo stato d’animo adatto.

Mi spiego meglio.

Come può l’urlo di Munch smuovere l’animo di una persona serena e felice? Egli lo potrà comprendere, potrà immaginarsi il senso di angoscia provato dall’ artista mentre dipingeva, ma non potrà provarlo sulla pelle. Una persona, invece, giù di morale, che magari si sente oppressa dalla società, che guarda le altre persone con diffidenza, potrà effettivamente vivere a pieno l’opera.

Guardando un opera d’arte, viene istintivo proiettare su di essa tutto ciò che in quel momento sentiamo più vicino a noi. Con questo meccanismo ciò che prima ci sembra qualcosa di perfetto e intangibile, ora ci appare quasi palpabile, meno aureo, più concreto. Nell’istante in cui ci “apriamo” ad un’ opera non stiamo più guardando un oggetto, stiamo guardando noi stessi.

C’è da dire che lottare con i propri difetti, con le proprie convinzioni e con il proprio carattere non è facile, crediamo sempre di aver controllo su di noi. Tuttavia quando ci si “rivede” in un’ opera d’arte, le nostre forze aumentano, sembra come se capendo più a fondo l’opera d’arte, stessimo in realtà capendo più a fondo una parte nascosta del nostro inconscio. È come se l’opera d’arte ci prendesse la mano e ci trasportasse in un viaggio introspettivo, facendoci capire che c’è sempre qualcosa che non vediamo, ma che invece sta lì, pronto ad esplodere.

In un “dripping” di Pollok spesso ci soffermiamo solo sugli ultimi gesti, quelli più violenti, più iracondi. Tuttavia se ci lasciassimo trasportare veramente dall’opera, ci accorgeremmo che non è solo un gesto violento quello del dripping : più a fondo si cela un gesto debole e leggero, un qualcosa di tenero e dolce. Ed è proprio questo quello che succede a noi quando andiamo a vedere un’ esposizione.

Quando una persona varca la soglia del museo, è consapevole che inizierà un percorso. Alla fine di questo percorso ci si sente sempre di aver capito qualcosa in più su noi stessi. Nei musei si cresce. Il museo cerca in tutti i modi di risollevarci o di farci provare una bella esperienza, dopotutto non è così che si fa tra amici?

Nicolò Savi

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marco ha detto:

    Mi piace quest’interpretazione del museo come amico. un amico che deve intrigarci, incuriosirci, emozionarci, suggestionarci. Marco

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  2. De contemporaneo ha detto:

    Ciao Marco,
    Sono contento che la mia interpretazione di museo ti piaccia. E’ una cosa che pensavo da un po di tempo e vedere che piace a qualcuno mi rende molto felice.
    Grazie, Nicolò Savi

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  3. althairluna ha detto:

    Guarda mi trovi realmente d’accordo, penso infatti che l’arte parli attraverso le emozioni, e non utilizza perciò discorsi complicati così come alcuni affermano, rinchiudendola in una cerchia elitaria. Finora le emozioni sono state in qualche modo svalutate, e per non svalutare anche l’arte la si è problematicizzata all’eccesso. “L’arte è semplice”, diceva Giuseppe Chiari negli anni 60, è vicina, proprio come un amico. Ada

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