MUSEO COLEçAO BERARDO

Se un appassionato di arte moderna e contemporanea si trova a Lisbona, una tappa a mio parere irrinunciabile è il museo Coleçao Berardo.

Il museo è situato all’interno del Centro Culturale di Belem, quartiere della città,  spazio in origine sede della presidenza portoghese dell’allora Comunità Economica Europea e successivamente, nel 1993, diventato luogo di manifestazioni culturali, esposizioni e concerti. Progettato tra il 1988 e il 1993 dagli architetti Vittorio Gregotti e Manuel Salgado, dal 2007 ospita la ricchissima collezione Berardo. Il museo prende il suo nome da Josè Berardo, collezionista d’arte portoghese che ha messo a disposizione della galleria il suo patrimonio.

Le opere esposte coprono quasi un secolo di storia dell’arte: dal 1900 al 1990. La collezione permanente è divisa in ordine cronologico tra il secondo piano ( dal 1900 al 1960) e il piano “-1” (dal 1960 al 1990). Ospita tra i maggiori esponenti del loro periodo, per citarne alcuni : Giorgio de Chirico, Salvador Dalì, Marcel Duchamp, Pablo Picasso, Andy Warhol, Joseph Kosuth, Frank Stella, Bill Viola, Pino Pascali e tantissimi altri. Le opere sono poi organizzate all’interno dei due piani secondo la corrente artistica a cui appartengono. Ogni sala è dedicata ad un movimento e ne possiede una breve introduzione, approccio che, a mio parere, da una parte è utile ad inquadrare l’opera nel contesto di appartenenza, dall’altra è limitante per una sua interpretazione più ampia svincolata dal contesto storico-artistico; in ogni caso la modalità espositiva scelta è assolutamente lineare, ben organizzata e non dispersiva.

Come già accennato la collezione attraversa le più importanti tendenze artistiche del secolo scorso tra cui: cubismo, dada, costruttivismo, astrattismo, surrealismo, informale, arte cinetica e programmata, Nouveau Realisme, Pop art britannica e statunitense, minimale e concettuale, video-art, arte povera, land art e molte altre.

Gli ampi spazi del museo permettono al visitatore di godere a pieno dei lavori esposti, soprattutto per quanto riguarda la seconda parte della collezione che possiede principalmente opere di genere installativo, attorno alle quali si può girare per entrare in un rapporto attivo e interattivo con esse.

Aspetto del museo non indifferente e da non sottovalutare è l’ingresso gratuito: spesso l’arte moderna e contemporanea viene vista come qualcosa di incomprensibile, elitaria, per pochi, qualcosa a cui si aggiunge la tipica frase “lo potevo fare anche io”. Sarebbe bello se tutti potessero fare arte e mi piace pensare che l’ingresso libero al museo sia un invito anche ai meno esperti ad avvicinarsi all’arte contemporanea, la dimostrazione che non è per alcuni ma per tutti e che necessita solo di più attenzione e sforzo interpretativo.    Come già detto il museo è ricchissimo, pieno di opere che meritano ciascuna un’attenzione particolare, ciò implica avere a disposizione sicuramente più di un’ora. Solo fare ingresso nel complesso del Centro Culturale di Belem trasporta in un clima di tranquillità e pacatezza, in un mondo in cui il tempo è veramente relativo e lo scorrere delle ore è solo una inutile convenzione dell’uomo, senza ripercussioni sulla realtà di tutti i giorni. Entrare nel museo è come fare un viaggio nel tempo, io personalmente sono stata dentro tre ore circa ma quando sono uscita mi è sembrato di essere entrata dieci minuti prima, affatto stanca della visita anzi ristorata. Della prima parte della collezione ciò che più mi ha emozionato e colpito è stata la sezione dedicata all’espressionismo astratto e all’informale, in particolare un quadro di Franz Kline “Sabro”: la parola giusta per descrivere la prima sensazione che ho provato è ‘stupore’, da una parte per le grandi dimensioni dall’altra, soprattutto, per la grande forza evocativa pur essendo composto da soli due colori, i più semplici per giunta, il bianco e il nero. Scendendo e passando alla seconda parte della collezione mi sono sentita invece come una bambina curiosa che cerca di capire quali strani meccanismi e misteri si nascondono dietro gli oggetti. Girando con aria un po’ interrogativa tra le varie sale, ho avuto la fortuna di incontrare un addetto alla manutenzione che spolverava le varie opere, lo seguiva una bambina piccola, la figlia forse, a cui spiegava con molta semplicità i “segreti” di alcuni lavori; vedendomi intenta a cercare di capire qualche parola di portoghese, dopo avergli detto di essere italiana, ha iniziato a spiegarmi ciò che sapeva delle varie opere che puliva dalla polvere. È stato bello tornare bambina, ma più di tutto scoprire che anche chi si occupa semplicemente di tenere pulite le opere del museo, può sapere qualcosa di utile e interessante di cui non si era minimamente a conoscenza.

Gaia Mancini

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