DESERT BREATH

Mi piace stupirmi.
A voi piace stupirvi? Si? Bene, vi passo una ricetta.
Ingredienti per stupirsi:

3 donne;
2 semplici forme geometriche, la spirale, il cono;
8.000 metri cubi di sabbia, riempirebbero più di 200 container, veramente tanta sabbia;
100.000 metri quadrati di superficie, l’equivalente di una media azienda agricola di dieci ettari, di fatto un quadrato di un chilometro di lato.

Cosa ne esce fuori?
Qualcosa che mi ha stupito nel 1997, quando mi ci sono imbattuto per caso, per la sua megalomane, estetica, temporanea, inutilità. Mi stupisce ancora oggi, 19 anni dopo, perché, incredibilmente, pur non essendo tornato laggiù, ho potuto vederlo di nuovo, pur essendo questo qualcosa destinato a dissolversi in un sabbioso nulla, esiste ancora!
Che cosa esce dalla sapiente composizione degli eterogenei ingredienti elencati?
Un respiro!
Stupirsi con un respiro? Respiro di chi? Del deserto!
Respiro del deserto? Sorta di stato d’animo che ne anima le sabbie?
Un paesaggio per la mente. Un’incredibile installazione d’arte contemporanea. Una straordinaria opera di proporzioni epiche.
Che cosa è un paesaggio per la mente realizzato da una straordinaria opera d’arte contemporanea di dimensioni epiche?
Uno strabiliante, complesso, affascinante, “esperimento artistico” ispirato alla natura:
DESERT BREATH, un esempio di Land Art (o Earth Art), termine con il quale sono inizialmente indicate quelle operazioni artistiche che, a partire dal 1967-68, negli Stati Uniti d’America, in particolare: nel crocevia di New York, nei luoghi sconfinati dell’Ovest americano, sono realizzate da un gruppo di artisti, che si autodefiniscono, fanatici della natura.
Essi si sentono delusi dall’ultima fase del Modernismo, tendenza all’adeguazione o alla conciliazione con idee ed esigenze proprie delle fasi più avanzate del progresso, specialmente sul piano religioso, sociale e culturale. Sono, quindi, desiderosi di valutare il potere dell’arte al di fuori dell’ambiente asettico degli spazi espositivi e delle aree urbane caratterizzate dalla presenza delle istituzioni. Vogliosi d’intervenire direttamente nei territori naturali, negli spazi incontaminati (deserti, laghi salati, praterie, ecc.), per far emergere le dissonanze dell’epoca contemporanea.
Torniamo a quel qualcosa che stupisce, al Respiro del deserto..chi ha realizzato l’opera?
Desert Breath è stato realizzato (ideazione e direzione dei lavori) da tre donne raggruppate in un team artistico chiamato DAST ARTEAM. Tre donne, greche, come i loro cognomi dichiarano:

Danae Stratou, artista visuale, fotografa, scultrice, perfino regista di brevi documentari;
Alexandra Stratou, designer industriale e architetto;
Stella Constantindies, architetto.

Questo team al femminile per un’opera come Desert Breath appare un paradosso, visto che la Land Art è stata considerata il più maschilista dei progetti artistici del dopoguerra. Infatti nelle sue prime manifestazioni la Land Art, segna il trionfo del gasolio,
dell’esplosivo e della polvere; mette in evidenza uomini rudi, che ritrovano la propria identità lontano dalle comodità di musei, mercati e gallerie d’arte, centri della cultura, scavando buche e facendo esplodere i fianchi dei dirupi, trasforma velocemente la femminile terra con maschile indifferenza verso le modifiche più a lungo termine.
L’opera venne realizzata nella regione desertica orientale dell’Egitto, tra il Mar Rosso e una serie di antiche montagne vulcaniche,
in un punto dove l’immensità del mare s’incontra con l’immensità del deserto, vicino alla cittadina di El Gouna.

Chi è l’ideatrice di Desert Breath?

Danae, nata nel 1964, è l’ideatrice di Desert Breath:
è figlia d’arte, la madre, Eleni Potaga-Stratou, è un’artista assai quotata in Grecia, visionaria da sempre affascinata dai nuovi media e dalla Land Art. Scatta immagini che riprendono orizzonti ampi, ambienti che vanno dal deserto alle città viste dall’altro, realizza strane “sculture” parlanti, installazioni multimediali che comprendono video e apparecchi stereo disposti su più file, come fossero essi stessi le opere in mostra.
Ama l’arte greca, soprattutto quella del periodo cicladico, così essenziale e primitiva. Poi ci sono i maestri come Brancusi, Giacometti o Malevich. Ammira specialmente i Grandi per la capacità di anticipare i tempi. Come anche Arte Povera, Futurismo e la Transavanguardia che hanno a loro volta giocato un ruolo essenziale nell’evoluzione dell’arte internazionale.

“Ho sempre cercato nei miei lavori di trovare una connessione concreta con la realtà, non ho mai voluto fare qualcosa di astratto e avulso dal mondo in cui viviamo. Vi è il mondo interno e il mondo esterno noi.
È attraverso i sensi che siamo in grado di collegare l’interno al mondo esterno.
Tutta la mia vita, compresa la scelta di diventare un artista, è stato un tentativo di cercare, di capire, e di collegare queste due realtà parallele.”

Una ricerca continua, del modo migliore per collegare due mondi, quello più intimo e personale con il resto dell’universo.
Desert Breath è costituita da due enormi spirali di 89coni in rilievo e 89 scavati che si dipanano da (o si avvolgono verso) una rotonda grande vasca d’acqua centrale, come fosse l’occhio di un ciclone di sabbia.
L’opera “funziona” su due viste ortogonali diverse dal punto di vista prospettico:
da terra, parallelamente al terreno, seguendo a piedi la spirale, diviene esperienza fisica;
dall’alto, perpendicolarmente al terreno come si può vedere da Google Heart o da un aereo, rimane immagine visiva.
Da terra, quando il visitatore camminandoci avvicina al centro della spirale marcato dalla vasca piena d’acqua, i coni che gradualmente diventano più piccoli gli danno l’impressione di diventare egli stesso più grande. Dall’alto, appare come una doppia spirale che si avvolge intorno ad un cerchio d’acqua, come fosse un vortice costituito da due vie, una fatta da basse piramidi coniche di sabbia, l’altra da buche coniche, di fatto le stesse piramidi invertite verticalmente rispetto al piano della superficie del deserto.
Trovo l’estetica dall’alto assimilabile a quella dei cerchi nel grano che, apparsi all’inizio degli anni ’80, precedono Desert Breath.

Desert Breath è mutevole, assume un aspetto sempre diverso.
Nel breve termine, quello di una giornata,le ombre delle piramidi e buche coniche si “muovono” e distorcono a seconda della posizione del sole,all’inizio il colore della piscina, ormai vuota, si trasformava dal nero al blu brillante, fino alle tonalità dell’oro, secondo come la luce filtra attraverso il deserto, creando un effetto surreale.
Nel lungo termine, quello del ventennio trascorso dalla sua creazione, le buche si riempiono di sabbia, le piramidi si abbassano sempre di più, mentre tracce di passaggi umani e di mezzi sovrascrivono la superficie sabbiosa dove si distendono le spirali.
Desert Breath è una misteriosa enigmatica struttura nel deserto che proprio per questo evoca le grandi piramidi di Giza in una sorta di processo inverso alla quadratura del cerchio.
Non si sa bene quale sia lo scopo di quest’opera, sempre se ce ne sia uno ovviamente.
Trovo fuorvianti le interpretazioni basate sulla sacralità della spirale nelle varie religioni, già nelle grotte utilizzate nel Paleolitico il suo significato è compiutamente espresso e a questo mi limito.
In tutte le culture, la forma della spirale rende manifesto e prolunga all’infinito il movimento circolare che esce dal punto di origine. Cosa per cui il significato della spirale si lega ai concetti di emanazione, estensione, sviluppo.
In particolare all’idea di continuità ciclica progressiva, di creazione, espresse dalla rotazione;così da essere attinente alla rappresentazione dei ritmi ciclici della vita, simbolo di energia e di fecondità, rappresentazione del viaggio dopo la morte. Le spirali opposte, come quelle di Desert Breath, dove l’opposizione è marcata dalla complementarità di piramide e buca conica, sono simboli del divenire, del rinnovamento, delle svolte del tempo ciclico, usati nelle decorazioni dei corredi funebri per agevolare il passaggio dalla vita alla morte.
Tra i molti significati che si può attribuire a Desert Breath, propendo per il tentativo di evidenziazione del tempo che scorre, sul breve e sul lungo termine come ho evidenziato.
Obiettivo simbolico, che la sabbia rende reale, facendo si che non si possa aspettare troppo per continuare a vedere da vicino o dall’alto questo lavoro di sabbia.
Del resto l’idea originale di Dane è quella di costruire un qualcosa che col tempo sia distrutto, così da palesare proprio il trascorrere del tempo … Ironico che l’opera, a distanza di quasi vent’anni, sia ancora ben integra.
Perché costruire Desert Breath nel mezzo del nulla e difficilmente visitabile?
Chi ha finanziato il progetto?
Non ho trovato risposte.
Dalle parole di Dane:

“In quella installazione ci sono tutti gli elementi della mia arte: Il rapporto con la natura; il deserto del Sahara; la sabbia; i grandi spazi; l’immensità del mare in lontananza.
E poi il lavoro di gruppo, un’altra delle esperienze che mi affascinano di più: in quel caso eravamo tre donne e tutto è nato dal comune desiderio di lavorare nel deserto, un posto che per noi rappresentava il luogo delle esperienze infinite, un luogo della mente più che fisico.
Ma è stato anche bellissimo mettersi alla prova con tutte le persone che fisicamente hanno dato vita a questa installazione. E poi anche l’idea che fosse un progetto destinato lentamente a disintegrarsi, come una clessidra capace di misurare lo scorrere del tempo, mi è sembrata da subito meravigliosa.”

Il lavoro di gruppo caratterizza molto il periodo dell’arte contemporanea. È presente in molte opere, specialmente quelle di grandi dimensioni, si pensi appunto a realizzazione pratica di DESERT BREATH, un lavoro che richiede personale e tanta collaborazione, o ad esempio Il Molo a spirale (Spiral Jetty) è un earthwork di Robert Smithson realizzato nel 1970 sul Great Salt Lake un atto collettivo che ha coinvolto nel modo giusto lo spettatore che diventa, nello stesso tempo colui che riesce a dare vita all’opera. Lo si vede anche con le performance, dove appunto la collaborazione e la partecipazione del pubblico rende attiva e sensata l’opera in atto.

La figura dell’artista non è più quella di una volta, isolata, ma ben più aperta a ciò che rende straordinaria la sua opera, lo spettatore.

Articolo di Marco Gentili rivisitato da Enza Parrillo con il supporto di Nicolò Troccoli

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marco ha detto:

    Lieto di avervi intrigato con questa opera che rifiuta il museo e di aver contribuito alla vostra bella iniziativa di un Blog dedicato all’arte contemporanea.

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    1. De contemporaneo ha detto:

      Grazie a te di averci fatto scoprire un’opera come questa, comunque presto arriverà anche l’articolo dedicato alla Land Art

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      1. Marco ha detto:

        Lo aspetto con interesse perché apprezzo l’intrinseca ribellione che la Land Art codifica.

        Mi piace

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