MATERIA CERA: ALESSANDRO PIANGIAMORE

Sono stata recentemente alla GNAM (Galleria Nazionale di Arte Moderna) per vedere il nuovo allestimento (Time is out of joint) ed oltre alla collezione permanente sono in esposizione altre opere che fanno parte di una mostra che è in corso dal 22.06.2016 e finirà il 29.01.2017. La mostra si chiama “The Lasting. L’intervallo e la durata” e tra i vari artisti che espongono c’è anche il premio Cairo 2015 Alessandro Piangiamore. I suoi lavori hanno subito attratto la mia attenzione, si tratta di lastre di metallo coperte di cera.

Quello che trovo estremamente interessante del lavoro di Piangiamore è l’aspetto processuale, cioè ciò che va dal concepimento dell’opera, comprese le sue ragioni, al suo completamento.

Le opere esposte alla GNAM fanno parte di un ciclo di lavori chiamato “La cera di Roma”, questo è nato da una fascinazione particolare dell’artista per le candele, iniziò ad accumularle e poi a catalogarle per colore rasentando un atteggiamento maniaco-ossessivo. All’inizio non sapeva esattamente come avrebbe sfruttato quella grande quantità di candele e candeline, ma dopo tempo ebbe un’ ”illuminazione” e nel 2012 iniziò la serie de “La cera di Roma”.

Piangiamore scioglie la cera delle candele in casse formi rettangolari ottenendo superfici lisce e levigate in cui cere di diversi colori e sfumature si compenetrano dando vita a molteplici effetti che a volte ricordano liquidi densi, altre nubi leggere, altre volte ancora quasi spuma di mare.

L’artista dichiara che in un primo momento fondeva candele dello stesso colore mentre in un secondo momento decide di usare i residui di cera per adoperarli nelle fusioni successive, creando quindi una continuità fra le varie opere. Il caso è un elemento che accompagna la realizzazione di tutte le opere: l’artista non crea un disegno né dirige la fusione ma si lascia sorprendere e a volte deludere dal risultato finale, che tuttavia sarà sempre incredibilmente armonioso e equilibrato.

Analizzando il processo di realizzazione delle cere di Piangiamore mi viene in mente una citazione di Sol LeWitt:

“ I pensieri irrazionali dovrebbero essere perseguiti fino in fondo e secondo logica”

[LeWitt in progress, Rosalind Krauss]

 

Ciò che accomuna tutta la sua produzione artistica, aldilà del ciclo “la cera di Roma”, è il tentativo di dare plasticità a materiali che per natura sono effimeri o informi, in questo caso dare una forma diversa alla cera, trasformarla in qualcos’altro. Una candela una volta accesa si consuma e non può più essere riutilizzata, è dunque effimera; Piangiamore con il suo ciclo di opere è come se desse una nuova vita a candele destinate a “morire”, congelando quell’intervallo di tempo in cui sono “vive”, su una lastra di metallo.

Ciò che è ancora più importante della poetica che segue tutta la sua produzione artistica è la materia che usa: avrebbe potuto comprare candele nuove di colori a sua scelta o della cera in granuli preconfezionata ma invece sceglie candele già usate raccogliendole da case di amici ma soprattutto da chiese. Ciò che interessa l’artista è il carico di significati che porta con se una candela, anche una banalissima di compleanno. Il significato della materia ha un grande peso, i residui di candele hanno sempre esercitato fascino nell’artista, ancor prima di concepire la serie “la cera di Roma”. Le candele comunicano ad Alessandro Piangiamore un senso di effimero ed una serie di elementi legati alla sfera del rituale, della celebrazione e dell’intimità. Seppur trasformando le candele in altro, nel processo di fusione ne altera solo la forma ma non la materia che quindi conserva quel carico di significati che l’artista intende non solo mantenere intatti, ma evocare in chi guarda l’opera.

I colori, le forme indefinite della cera sulla lastra ma soprattutto il suo odore sono come pozzi di una memoria individuale e collettiva che conserva il passato di candeline di compleanno, candele profumate o candele accese in una chiesa per ricordare qualcuno.

Gaia Mancini

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