“METTERE IN LUCE CIO’ CHE STAVA DIETRO LE QUINTE – Quindicesima Biennale di Architettura di Venezia 2016″

“Reporting from the front” è il titolo della Quindicesima Biennale di Architettura di Venezia, curata da Alejandro Aravena, con l’intento di riportare alla luce alcune problematiche sociali che intaccano il territorio urbano, offrendo nuovi punti di vista e prospettive più ampie.

Si vogliono affrontare così tematiche come la disuguaglianza, la sostenibilità, l’insicurezza, la segregazione, il traffico, l’inquinamento, lo spreco, la migrazione, le calamità naturali, la casualità, le periferie e la carenza di alloggi, ponendo al centro una grande domanda: può l’Architettura rendersi utile per i beni pubblici ed essere chiamata in soccorso là dove spazi bisognosi richiedono creatività e inventiva per essere guariti? La Quindicesima Biennale a mio parere risponde benissimo a questa domanda, riunendo architetti di tutto il mondo a pensare possibili soluzioni per intervenire e risanare determinate situazioni disagiate che sono presenti nei propri paesi.

Ad aprire l’Arsenale è un Mockup (un modello dimostrativo) costruito con dei detriti (residui di cartongesso e montanti di acciaio) della Biennale d’arte 2015. Questa sala introduttiva alla Biennale 2016 apparentemente può non aver niente a che fare con il tema di tutta la mostra, ma è comunque di forte impatto poiché realizzata con materiali poveri riciclati e riutilizzati. Superato questo spazio iniziale si viene totalmente inghiottiti e trasportati da un flusso che ti guida in un percorso ben preciso, ma allo stesso tempo dispersivo avvolgente, in mezzo ad installazioni, plastici, modellini architettonici, materiali di ogni tipo, piante e prospetti. Tutto il mondo partecipa in un unico spazio con idee diverse su uno stesso tema.

Nell’Arsenale un’installazione che mi ha incuriosito e divertito molto, poiché interattiva con il pubblico, è stata “Let’s talk about garbage” realizzata dall’architetto polacco Hugon Kowalski, insieme a Marcin Szczelina, per analizzare il problema della sovrapproduzione di spazzatura nel mondo. Questa esposizione, che consiste in un percorso immerso totalmente nei detriti, centra a pieno il tema del miglioramento della qualità dell’ambiente, lavorando su strategie alternative nella gestione del flusso di rifiuti che si riversano nelle città. Kowalski così propone un progetto di tesi, dove l’architettura stimola il pubblico alla riduzione dello spreco di rifiuti e alla partecipazione al processo di riciclo.

Sorprendente invece è stato il Padiglione Italia curato dal team TAMassociati, in cui si è dato vita al progetto “Taking care- progettare per il bene comune”. I curatori hanno saputo accogliere appieno il tema proposto da Alejandro Aravena, dimostrando come l’Architettura riesce a fare la differenza quando si prende cura degli individui e delle comunità. Attraverso dei percorsi e la comunicazione grafica e fotografica, il Padiglione ha presentato esempi reali di come l’impegno civile e professionale sia riuscito ad agire nelle periferie italiane. “Desideriamo un’architettura che sia motore di nuove visioni, potente mezzo comunicante, strumento attraverso cui le tante periferie dell’abitare possano rivendicare diritti, progresso, opportunità, inclusione”, spiega il team di TAMassociati. Nel percorso espositivo è stato riportato il caso della periferia di Tor Marancia a Roma, di come attraverso la creatività della Street Art si è risanato un quartiere intero.

Spostandoci poi verso i Giardini, la mostra della Spagna risulta una delle più limpide e piacevoli tra le varie partecipazioni Nazionali, guadagnandosi infatti il Leone d’Oro come la migliore. I due curatori Iñaqui Carnicero e Carlos Quintáns scelgono il tema di “Unfinished” (non finito) per sottolineare svariati casi di costruzioni incomplete e abbandonate in Spagna, frutto della grande espansione edilizia, che, dopo la crisi economica, ha interrotto i lavori intrapresi. Questi beni “lasciati in sospeso” hanno dato spunto all’architettura per andare a completare e a ricreare nuove opportunità e condizioni, là dove erano state trascurate.

Il tema del sociale in generale è ormai diventato un tema ricorrente contemporaneo, soprattutto nell’ambito artistico. Gli artisti anche loro prendendo spunto dall’ambiente circostante e quindi dal corso degli eventi, si stanno concentrando sempre di più nell’ambito delle comunità e degli aspetti sociali ad esse connessi. Essi spesso provengono da ambienti disagiati ed è questa la molla del loro rinnovato interesse per il sociale ed è il segno di una volontà di riappropriarsi di territori dimenticati come le periferie ed in un certo senso delle proprie origini. Perciò, interventi di natura sia architettonica che artistica hanno dimostrato di avere grande successo nel riportare in auge molte realtà emarginate. Questo forse perché si sente il bisogno di progredire, di un miglioramento delle condizioni di vita e una forte necessità di reciproco aiuto tra i vari paesi. “Riportare in primo piano” ciò che prima si ignorava e dare spazio a situazioni emarginate che chiedono disperatamente aiuto, sono i motivi per cui le Arti diventano gli strumenti d’eccellenza per riuscire a realizzare quest’impresa.

Margherita Pascali

 

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